28/09/2011
La sveglia al collo
I
La Bottega
Come se fosse caduto dal cielo e si fosse spiaccicato sulla cima di un colle dritto come un panettone, guardando il mare da lontano con disinteresse, immerso nei colorati rettangoli irregolari dei campi coltivati marchigiani sta Monte San Girolamo. Sta in senso statico, del tutto immobile da tempo immemorabile, con le sue ottocento e passa anime prossime al trapasso (l’età media è sopra i settanta) che, una volta esaurite, lasceranno le costruzioni di mattone a sgretolarsi al vento ed il paese ad appiattirsi definitivamente contro la collina su cui qualcuno lo tirò tempo addietro.
Una volta qui si fabbricavano cesti e vimini e cappelli di paglia. Poi, gradualmente, il lavoro ha iniziato a mancare (chi mai porta cappelli di paglia oggi?). I più giovani si sono spostati a valle verso occupazioni più moderne e tecnologiche e sulla collina sono rimasti solo i vecchi ad attendere l’ineluttabile fine e a godersi – si fa per dire – una pensione da fame da artigiani o coltivatori diretti. Un dedalo di strette viuzze lastricate si snoda in cerchi concentrici a discendere il pendio sulla cui sommità è la piazza principale (e unica). Se di piazza si può parlare visto che non è altro che una strada un po’ più larga delle altre.
In un vicolo proprio sotto la piazza, in un seminterrato della chiesa dei Santi Cirillo e Metodio, c’è la bottega di Luigi Soricetti, meglio conosciuto come Gigio de Vintilì, figlio di Gianni de Vintilì e nipote di Peppe de Vintilì. La radice del soprannome si perde nella storia del paese e nessuna sa più neanche cosa possa significare o a cosa si possa attribuire il termine “vintilì”. Gigio è un arzillo settantacinquenne, ex operaio del Comune in pensione, smilzo e canuto. Da sempre raccatta materiale elettrico di cui i compaesani vogliono disfarsi (una vecchia radio a valvole, un rasoio Braun) e ammucchia tutto nella sua bottega. Qui poi smonta gli apparecchi pezzo pezzo e li riassembla in strani aggeggi che sembrano sculture pop e che lui definisce invenzioni, tanto che, sopra la porta di legno scorticato e ingrigito dal tempo, il sole e la pioggia, troneggia una pretenziosa insegna dipinta a mano su una tavola di compensato, per la quale paga anche la tassa sulla pubblicità al Comune. Appena comparsa la scritta suscitò l’ilarità dei compaesani ma ben presto fu preso più sul serio. Chi vede l’insegna di Gigio de Vintilì legge: LUIGI SORICETTI – INVENTORE.
Gigio inventa di tutto e spesso (anzi, quasi sempre) le sue creazioni, a dispetto della forma poco rassicurante – ammassi di fili, trasformatori, valvole e altre amenità elettriche – funzionano. Come il sistema di irrigazione dell’orto del parroco, completo di tubi, pompa e irrigatori, che il buon prete la bella somma di 55.000 lire ed una messa in suffragio per la compianta moglie compresa nel prezzo. In effetti Gigio è piuttosto economico e spesso conviene farsi costruire uno dei suoi marchingegni piuttosto che scendere in pianura a comprare qualcosa di analogo ma industriale ad uno di quegli infernali centri commerciali. Il Comune stesso gli ha commissionato e fatto realizzare un apparecchio che, dalla cabina elettrica che controlla l’illuminazione pubblica, segnala con delle spie luminose se in qualche parte dell’abitato si fulmini una lampadina di un lampione.
Qualche volta ripara televisori e frigoriferi, si diletta di idraulica e di meccanica ma non ripara automobili. Ha una specie di tocco magico nelle sue riparazioni tanto che gli oggetti che aggiusta in genere funzionano meglio o, comunque, hanno qualcosa in più di prima che si guastassero. Quando Lisà de Strabuzzo riaccese il suo televisore dopo un intervento di Gigio fu stupito – ma non più di tanto – del fatto che ora poteva vedere anche TVC, l’emittente locale che, a tarda notte, trasmette filmetti pruriginosi e che prima si era dannato l’anima per cercare con il sintonizzatore senza mai riuscirci.
La bottega è un locale scuro illuminato con tubi al neon, col soffitto a volta e le pareti a mattone senza intonaco. Essendo uno scantinato è freso d’estate e caldo d’inverno tanto che molti amici di Gigio, nei pomeriggi di calura estiva, piuttosto che morire dal caldo per farsi una briscoletta al bar in piazza preferiscono far visita al compagno per godersi il fresco asciutto della bottega. Di fronte all’ingresso, nel punto più luminoso della stanza, Gigio ha posto il suo banco da lavoro, un tavolo di alluminio ingombro di cavi e cavetti, cacciavite e spinette, valvole e capicorda, circuiti stampati e condensatori, con l’immancabile saldatore a stagno con il filo dell’alimentazione che pende da una presa volante allacciata alla lampada al neon sopra il tavolo. A destra e a sinistra ci sono altri due tavoli, questi di legno, dove sono messi in mostra i lavori ultimati la cui funzione per alcuni è facilmente intuibile dall’aspetto mentre per altri rimane misteriosa.
Un apparecchio simile ad uno sciacquone del water risulta essere invece uno spremi-pomodori con imbottigliatore automatico. Non glielo ha commissionato nessuno ma lui se l’è costruito così, per ispirazione, tanto prima o poi a qualcuno farà comodo. Infatti è l’ispirazione e la grande passione che fa sì che Gigio passi il suo tempo chiuso in bottega anziché ammazzare le giornate al bar con le carte in mano a bere birra o trebbiano di bassa qualità.
Proprio di spalle al tavolo centrale si apre una porta ad arco che accede al magazzino, una stanza simile alla prima, di quattro metri per quattro circa, priva di aperture verso l’esterno, dove Gigio immagazzina in casse di legno e scatoloni, diligentemente catalogati, i vari componenti che ottiene dallo smontaggio dei vecchi apparecchi che raccoglie in giro con la sua Apetta 50. Una o due volte al mese fa il giro delle sue conoscenze. La gente lo sa e gli mette da parte gli apparecchi da buttare. Su uno scaffale a ridosso del muro a destra della porta sono ordinate quelle che lui stesso definisce “le invenzioni artistiche”. Sono la parte del lavoro che ama di più, quella puramente creativa, qualche volta filosofica. Sono quei marchingegni che realizza solo per il gusto di creare, magari facendo seguito ad una ispirazione notturna, a un pensiero improvviso, a una situazione di vita quotidiana che solletica la sua fantasia.
E’ così, per esempio, che è nato il Salvatimpani, un oggetto a forma di telecomando per la tv – per forza di cosa visto che è da un telecomando tv che è nato – grande poco più di un pacchetto di sigarette quindi facilmente nascondibile in tasca. Al suo interno il circuito stampato originale è stato sostituito da un marasma di fili, valvoline e diodi che hanno una funzione inimmaginabile. L’ha creato o, meglio, pensato (perché poi la sua concreta realizzazione ha richiesto un mese di lavoro) in un momento in cui era stufo di sentire le lamentele della moglie (“stai sempre chiuso là dentro, non ti si vede mai in casa”). In sostanza del telecomando originale funziona solo il tasto di esclusione del volume, quello con il piccolo altoparlante barrato disegnato sopra. Se si porta l’apparecchio a contatto con il corpo, anche attraverso gli strumenti, e si preme questo tasto non si sente più nulla se non un leggerissimo ronzio niente affatto fastidioso e che, comunque, Gigio non è riuscito a eliminare. Può essere utile per le mogli petulanti ma anche in presenza di rumori fastidiosi. Più semplicemente va usato quando si necessita di silenzio. Gigio l’ha portato a casa una volta ma vedendo la moglie muovere soltanto la bocca è stato preso dal rimorso e l’ha riposto sullo scaffale della bottega. Ora pagherebbe chissà cosa per sentire di nuovo la voce di sua moglie. Il principio sul quale il funzionamento del Salvatimpani si fonda nessuno lo sa, probabilmente nemmeno il suo creatore. Infatti Gigio è inventore empirico, intuitivo. Le sue invenzioni funzionano perché funzionano. E basta. Le leggi della fisica c’entrano poco o niente.
Tutte le invenzioni sono in vendita e spesso Gigio riesce a smerciarne qualcuna con grande soddisfazione, anche economica. Un suo vezzo è di non spiegare mai ai clienti in maniera esplicita e chiara il funzionamento dei suoi apparecchi. A lui piace fare in modo che l’acquirente si innamori del nome dell’oggetto e delle potenzialità che esso possa suggerire. Quando Gaetà de Vellocchi acquistò l’Apriporte universale, lo utilizzò semplicemente come chiave a distanza per la rimessa dove teneva la sua Nuova Cinquecento del ’69 rosso Ferrari non sapendo che, con quell’apparecchio che sembrava un rasoio elettrico Philips col taglia basette aperto poteva aprire qualsiasi porta, anche quella del caveau della banca, con una semplice pressione sul tasto on/off.
Qualche volta al paese viene gente di fuori – li chiamano i forestieri – turisti della costa a caccia di vestigia del passato nell’entroterra. A Monte San Girolamo di vestigia ne trovano, visto che l’ultima casa è stata edificata nel 1923. Sono questi i principali acquirenti delle Invenzioni Artistiche. Attratti dall’insegna un po’ pretenziosa ma comunque curiosa entrano nella bottega, curiosano, chiedono spiegazioni e, quando Gigio tira fuori i suoi pezzi d’estro, non resistono alla tentazione di portarsi a casa, magari a Milano, un Registratore di Pensieri a Nastro o un Rullo Rigeneratore di Suole, tutto rigorosamente di artigianato locale marchigiano autoctono. Di solito questi oggetti, al ritorno a casa, vengono mostrati agli amici e, dopo un po’, dimenticati in qualche scatolone senza neanche verificarne il reale funzionamento. Ma a Gigio non interessa. Una volta venduta la sua creatura non è più sua. Salvo la soddisfazione di sapere una sua invenzione a Torino o magari a Monaco di Baviera, foss’anche in un bidone della spazzatura.
LE invenzioni sono pezzi unici. Nel senso che, in genere, solo il prototipo funziona. Un paio di volte ha cercato di riprodurre un apparecchio realizzato precedentemente e poi venduto ma non ha mai funzionato. Così adesso, sopra la porta del magazzino, proprio dietro il tavolo centrale, sta scritto su un pezzo di truciolato: Non si eseguono repliche.
II
La Sveglia
Un paio di anni prima del periodo in cui si svolge la nostra storia Gigio dovette recarsi a Milano per una visita specialistica alla tiroide, una ghiandola che nemmeno immaginava di avere e che, improvvisamente, s’era messa a crescergli nel collo. I dottori gli dissero che c’era qualcosa che non funzionava bene, una cisti. Lo ricoverarono per tre giorni in day hospital, gli fecero tutti gli accertamenti del caso e stabilirono che si trattava non si trattava di cancro e comunque, data l’età, sarebbe morto di tutto tranne che di quello.
In quei giorni prese alloggio in un alberghetto ai navigli (alla faccia dell’alberghetto! 150.000 lire al giorno solo pernottamento…) ed ebbe modo, forse per la prima volta in vita sua, di vedere la vita in metropoli. Fu molto impressionato dal traffico, dalla gente per strada che non camminava e non correva, planava sul cemento dei marciapiedi, con quel passo teso e veloce, lo sguardo dritto avanti, i lineamenti tirati. Si trovò ad attraversare la strada sulle strisce pedonali e notò che le macchine non si fermavano per farlo passare come avrebbero dovuto. Allora pensò che sarebbe stato bello poter bloccare tutto e, tranquillamente, come quando attraversava la piazza di Monte San Girolamo per andare in Chiesa la domenica mattina, raggiungere l’altro marciapiede.
E’ così che a Gigio vengono le ispirazioni: ad un tratto, fulminanti, dettate da circostanze ed esigenze reali, del momento, vissute in prima persona o notate in quelli che gli stanno intorno. Quando un autobus giallo si fermò al limite dell’attraversamento per farlo passare stava già organizzandosi mentalmente facendo una lista dei materiali che gli sarebbero serviti per la costruzione di quella che già aveva battezzato la “sveglia fermamondo”.
Non che pensasse di tornare a Milano. Non pensava di andare più in nessuna grande città tanto poco gli era piaciuto starci. Era sua ferma intenzione finire i suoi giorni tranquillo e beato a San Girolamo, sperando di non doversi più muovere da lì per nessun motivo, tanto meno motivi di salute come in quel caso. Al massimo poteva andare ad Ancona, come qualche volta aveva fatto per vedere i traghetti per la Grecia che venivano trainati fuori dai rimorchiatori.
Pensava, però, che un marchingegno che fosse in grado di fermare il tempo di tutto ciò che ti circonda tranne il tuo potesse essere utile sia a un milanese che a un vecchietto di paese come lui. Ad esempio avrebbe potuto sfruttarlo la sera, verso le sette, quando è quasi ora di rincasare e ti manca pochissimo per finire un lavoretto che non ti va di lasciare incompiuto per il giorno dopo. Premi un bottone o abbassi una levetta e il tempo si ferma; così hai modo di finire quello che stai facendo e, magari, prendertela anche comoda per andare a casa. Una bella idea, non c’è che dire.
Tornato a San Girolamo si buttò a pesce nella realizzazione del progetto. Trovò quasi tutto l’indispensabile nelle casse del suo magazzino: prelevò pezzi da un vecchio amplificatore hi-fi, da un telefono cellulare etacs della prima generazione, da un forno a microonde – smontandolo si domandò dove l’avesse raccattato, non certo a San Girolamo – prese il display dal frontalino estraibile di un’autoradio e una lampada a raggi infrarossi da un telecomando per la televisione. Dopo aver saldato a dovere tutti i circuiti li inserì in una custodia per gli occhiali rigida praticando gli appositi fori per applicarci i pulsanti di controllo. Infilò una batteria a bottone presa da una calcolatrice tascabile nel vano che aveva ricavato per l’alimentazione e, tramite un cordoncino di quelli per gli occhiali da vicino che aveva passato per due fori realizzati nella parte stretta del perimetro della custodia, si appese lo strumento appena realizzato al collo. Era piuttosto piccolo e leggero, tutto sembrava tranne che una sveglia. Ma oramai l’aveva così battezzato e quello rimase il suo nome.
Premette il bottone per accenderlo. Guardò il piccolo orologio da taschino d’argento che teneva nella tasca piccola dei jeans e vide che la lancetta dei secondi ancora camminava. Qualcosa non funzionava, altrimenti avrebbe dovuto fermarsi. Si tolse l’apparecchio dal collo, lo aprì e controllò col tester se i circuiti fossero tutti collegati. Affermativo. Eppure non funzionava.
Passò quasi tutta la notte ad arrovellarsi per cercare mentalmente una soluzione o, quantomeno, capire quale fosse il problema. Dopo essersi rigirato per ore nel letto, quando ormai albeggiava, si addormentò. E sognò. Nel sogno c’era la vecchia sveglia ticchettante che da secoli scandiva il tempo delle sue notti dal comodino accanto al suo letto. La sveglia suonava e non riusciva a farla smettere. Poi notò un pulsante sul retro dell’orologio, lo schiacciò e la suoneria cessò. Non solo: anche la sveglia smise di ticchettare. Era ferma.
Si svegliò all’ora solita al suono familiare della protagonista del suo sogno che smise di suonare nella maniera tradizionale. Si alzò, si rasò, prese il suo primo caffè e corse immediatamente alla bottega. Si tolse dal taschino l’orologio d’argento, con un cacciavite lo provò del coperchio posteriore, staccò due fili da un condensatore dell’apparecchio che aveva costruito e li collegò al bilanciere dell’orologio. Accese l’apparecchio e…la lancetta dei secondi si fermò.
Sentì un leggero formicolio al collo, in corrispondenza della tiroide, ma non ci fece caso. Ora c’era da verificare se la sua creazione funzionasse o no. La lancetta dei secondi si sarebbe potuta arrestare anche per effetto della corrente indotta dalla pila, non era affatto certo che il tempo si fosse effettivamente fermato. Uscì nel vicolo ma non c’era nessuno. Notò però un silenzio anormale. Non che ci fosse mai un granchè di rumore - a Monte San Girolamo non sapevano nemmeno cosa fosse l’inquinamento acustico – ma quello era un silenzio che faceva fischiare le orecchie. Un silenzio assoluto. Salì in piazza e gli si gelò il sangue. In verità se lo aspettava, ma non pensava fosse così strano muoversi nel tempo bloccato.
In piazza don Giulio era fermo impalato sul sagrato della chiesa che sembrava la statua di San Filippo Neri dell’altare laterale. Di fronte a lui c’era la statua di Nerina de Cusà, immortalata nell’uscire dal portone della chiesa dopo la messa prima con ancora il rosario in mano. Girò loro intorno, li toccò, li sentì caldo sotto la mano ma il loro cuore non batteva. Fece un giro della piazza. Al bar Marcello era fermo nell’atto di preparare un cappuccino. La schiuma del latte sembrava solidificata, pietrificata. La toccò con un dito ed era dura come un sasso.
A quel punto avvertì il formicolio al collo che si faceva fastidioso. Si toccò e avvertì la protuberanza della ghiandola che si gonfiava, impercettibilmente, ma si muoveva. Un lampo mentale. Non si può dire che avesse capito, semmai intuito. Ma spense subito l’apparecchio. Vide il cappuccino tornare fluido mentre Marcello ruotava la manopola del vapore. Il barista lo vide e balzò in aria come gli fosse apparso un fantasma, rovesciando un po’ di latte. “Oh Gigio, ma de do’ si’ ‘boccato tu che non te so visto?” (Oh Gigio, ma da dove sei entrato che non ti ho visto?). Non rispose ma si guardò nello specchio alle spalle di Marcello: il collo era appena più gonfio (era una sua impressione? Era certo di no) e gli era cresciuta la barba come se non si fosse rasato per due giorni. Ma si era rasato quella mattina stessa. Uscì dal bar senza dire una parola mentre Marcello rimaneva a guardarlo con aria interdetta con in mano il bricco schiumoso del latte. Nerina aveva attraversato quasi tutta la piazza sempre col rosario in mano e don Giulio stava chiudendo il secondo battente della porta della Chiesa.
Tornò trafelato alla bottega, so tolse dal collo la “sveglia” e si sedette ansimante su uno sgabello. Aspettò qualche istante che il cervello ricominciasse a lavorare normalmente e, una volta riacquistato un minimo di calma, rifletté su quanto accaduto. Da quando aveva azionato il dispositivo a quando l’aveva spento facendo morire di paura il barista erano passati circa due minuti, calcolò. Ma ora portava una barba di due giorni! E si era rasato tre ore prima. Andò nel bagno a specchiarsi. Conosceva bene la sua barba, ce l’aveva da quasi sessant’anni. Quella era decisamente una barba di due giorni. Anche ammettendo che si fosse rasato male per la fretta di andare in bottega a mettere in pratica i suggerimenti del sogno, una barba non può crescere tanto in fretta. E poi c’era la tiroide che, era certo, s’era ingrossata. Questo non era visibile ad occhio nudo ma lui lo sapeva, sentiva la pressione sulla pelle, il formicolio. Era come se in due minuti fossero passati due giorni.
Per la prima volta da quando aveva cominciato a costruire marchingegni diciamo originali stava iniziando a comprenderne il funzionamento o, meglio, il principio sul quale lavoravano. La sveglia agiva sul tempo e questo era il suo intento originario. Ma la realtà era che l’apparecchio non fermava il tempo. Esso continuava a scorrere regolarmente. Era il tempo di chi indossava l’apparecchio che veniva modificato. Chi aveva la strana scatola, che avrebbe dovuto contenere degli occhiali e invece era piena di cavetti e circuiti e un orologio da taschino d’argento attaccato sopra, che penzolava dal collo subiva un’accelerazione del proprio tempo. In questo modo gli altri, che continuavano a muoversi nella normalità dello scorrere del proprio tempo, a lui sembravano fermi. Chi aveva la sveglia, invece, si muoveva velocissimo, tanto veloce che gli altri non riuscivano a vederlo. Ma a lui sembrava di muoversi normalmente e gli altri erano immobili.
Lo scopo che si era prefisso, cioè di fermare il mondo in qualche maniera, lo aveva raggiunto. Lo aveva fermato per circa due minuti ma per il suo fisico erano trascorsi due giorni. Un piccolo effetto collaterale. Prese la sveglia in mano e l’appoggiò sul tavolo d’alluminio. Nei giorni seguenti l’avrebbe ultimata da un punto di vista estetico. Avrebbe tolto la pila. Avrebbe messo la sveglia sullo scaffale delle Invenzioni Artistiche e avrebbe scritto un cartellino da metterci sotto con le parole:
Sveglia Fermamondo
NON IN VENDITA
III
Forestieri
L’Alfa Spider 2000 rossa targata Ancona percorse rombando corso Cavour e parcheggiò elastica al centro della piazza. Ne scese una bella biondina sui diciottanni che, con la sua minigonna davvero mini fece prendere quasi un colpo ai soliti avventori del bar di Marcello dove, come ogni pomeriggio estivo che si rispetti, sorseggiavano un quartino e giocavano a bestia sul tavolo davanti all’ingresso del locale. “C’ha du zampe che pare un trampoliere” (ha due gambe che sembra un trampoliere), commentò Nannì de Scarpegno. Effettivamente Carla aveva un bel paio di gambe e anche il resto non era da meno. Dal lato guida uscì dall’auto Mauro che, con i suoi centonovanta centimetri d’altezza sembrava incastrato tra sedile e volante e un po’ faticò per mettere i piedi per terra. Chiuse a chiave la macchina, si riavviò i lunghi capelli neri spettinati dal vento della strada raggiunse la ragazza che si stava già avviando verso la chiesa. “Forestè” (forestieri) disse Girberto Lu Nucià. “Turisti” - rispose Alfredo de Marò - “no lo vedi che va diretti là la chiesa?” (non vedi che vanni dritti in chiesa?). I turisti si riconoscono da quello: la prima cosa che vanno a vedere quando arrivano in un posto sono le chiese.
Dopo una decina di minuti, trascorsi ad ammirare in guazzabuglio di stili che è la chiesa di San Cirillo e Metodio, Mauro e Carla, seguiti dagli occhi degli ospiti paganti di Marcello – più che altro puntati sulle gambe della ragazza – uscirono dal portone della chiesa e iniziarono a vagare per la piazza, lo sguardo rivolto verso l’alto come se la cosa che interessasse maggiormente fossero i cornicioni delle case. Poi iniziarono a discendere lungo vicolo Del Ponte e lì notarono con curiosità l’insegna artigianale della bottega di Gigio e lo spremi pomodori con imbottigliatore automatico che faceva mostra di sé nella piccola vetrina con tanto di cartellino didascalico. Decisero di entrare.
- Buongiorno signori. Posso essere utile? – chiese Gigio.
- Mah, veramente siamo entrati per curiosità. Lei è…l’inventore? – chiese Mauro soffocando una risatina.
- In persona.
- E lo spremi-pomodori in vetrina l’ha veramente fatto lei?
- Si capisce. Chi vuole che lo abbia fatto?
- E come funziona?
- Semplicissimo. Guardi…si mettono qui dentro i pomodori interi, meglio quelli a pera. Si mette una bottiglia in questo sportellino e dopo un attimo la bottiglia è piena di passata, chiusa e sigillata.
- Mia madre fa sempre i pomodori in bottiglia in questo periodo – intervenne la biondina – a casa mia non abbiamo mai comprato una bottiglia di passata in negozio.
- Quanto costa? – domandò Mauro.
- Credo che 30.000 lire possano bastare – suggerì Gigio.
- Credo anch’io. Penso che lo prenderemo. Le dispiace se diamo un’occhiata?
- Assolutamente no. Prego fate pure.
Mentre Gigio tornava a sedersi al suo sgabello per rimettersi a costruire chissà che altro marchingegno i due ragazzi iniziarono a ispezionare i vari oggetti esposti sui tavoli laterali, sorridendo e ridacchiando per le curiose definizioni scritte sui cartellini posti sotto le invenzioni, cercando di immaginare il funzionamento dei vari macchinari e di analizzarne i componenti, chiaramente provenienti da altri apparecchi di uso più comune.
- Di là ci sono altre cose – avvertì Gigio.
Entrarono nella seconda stanza, quella adibita a magazzino e si misero a osservare le Invenzioni Artistiche con malcelata meraviglia.
- Cosa sarebbe questa specie di orologio? – domandò Mauro riferendosi alla Sveglia Fermamondo.
- C’è scritto sotto – rispose l’inventore senza sollevare gli occhi dal suo lavoro.
- “Sveglia Fermamondo” … come mai non è in vendita?
Gigio si alzò e raggiunse i ragazzi nell’altra stanza.
- Vedi ragazzo…com’è che ti chiami?
- …Mauro…
- Vedi, Mauro, questo è un apparecchio che gioca col tempo. Come puoi vedere c’è anche l’orologio. Il tempo, bello mio, a volte può essere un dottore, come si dice, ma a stuzzicarlo po’ diventà un macellà (può diventare un macellaio).
- Che significa?
- Significa che è meglio che sto coso stia qui a prendere la polvere piuttosto che vada in jiro a fa’ danni (in giro a fare danni). Lo volete allora lo spremi pomodori? Vi faccio 25.000 lire e non ne parliamo più – e si girò dirigendosi verso l’ingresso.
Carla lo seguì mentre Mauro rimaneva a guardare perplesso lo strano oggetto a forma di custodia per gli occhiali con incastonato un orologio da taschino.
- Senta – disse Carla – glie lo pago subito. Però sia gentile….siccome vogliamo fare un giro per il paese, se lei intanto me lo mette in uno scatolone, più tardi, prima di andare via, lo passiamo a ritirare.
Carla diede 30.000 lire all’inventore e non volle il resto di 5.000 come le era stato offerto. Uscì salutando subito raggiunta da Mauro.
- Certo che se funziona è un affare. Con trentamila lir….
- Guarda un po’ cos’ho? – la interruppe il ragazzo tirando fuori da una tasca dei pantaloni la Sveglia Fermamondo.
- Ma sei matto? L’hai rubata!
- Se non era in vendita vuol dire che era in omaggio…
- Cazzo…no Mauro. Non mi piace! Riportiamola subito dentro.
- Zitta. Andiamocene. Svelta e la prese per un braccio quasi trascinandola verso la piazza.
- Ma c’ho lasciato lo spremi-pomodori per Mamma. E pure trentamila lire! –protestò lei.
- Vorrà dire che, tutto sommato, abbiamo comprato una Sveglia Fermamondo per trentamila lire- rispose lui ridendo, mentre continuava a tirarla verso l’Alfa rossa – Un vero affare, no?
- Io vorrei sapere che cavolo te le fai di questa roba…
- E che ne so, poi ci penso…Mi ha incuriosito, tutto qui. Voglio vedere se funziona e a che serve…
Salirono in macchina e partirono sgommando, quasi avessero fatto una rapina in banca, Bonnie e Clyde della marca anconetana. Arrivò di corsa Gigio, che si era accorto quasi subito del furto. Fece in tempo a vedere solo che la macchina rossa era targata Ancona.
“Eh sci (eh si)” pensò “ Mho te vengo derete coll’Apetta. Sarà cazzi tui, cocco! (adesso ti inseguo con l’Apetta. Saranno cazzi tuoi, ragazzo). Mica te posso venì a cercà pe’ tutta Ancona e provincia! Vorrà di’ che, la prossima ota che vengo in Ancona a vedè li traghetti staco attente pe’ vedè se ‘ncontro la machina tua (vorrà dire che la prossima volta che vengo ad Ancona a vedere i traghetti starò attento per vedere se incontro la tua macchina)”.
Così Gigio tornò sui suoi passi, a testa bassa. Nannì, dal tavolo davanti al bar di Marcello, ebbe l’impressione che Gigio si stesse facendo il segno della croce.
IV
La Fuga
In macchina nessuno dei due aprì bocca per un bel pezzo. Poi fu Carla a rompere il silenzio:
- Ma che cazzo t'è preso, eh? Una cosa del genere non I'avevi mai fatta! E poi se ti
vuoi dare al crimine, non ci tirare dentro pure me!
- Calmati, Carletta...
- E non mi chiamare Carletta!
- Scusa...
- E poi volevo regalare a mamma quella specie di spremicosi lì...spremi-pomodori...
- Scusa...
- E basta a chiedere scusa! E se ci denuncia, eh? Se ci denuncia? Che facciamo?
- Me che ti denuncia...Non hai visto che razza di paese? Non c'avranno nemmeno i carabinieri lì... E poi se ci denuncia che gli racconta? Che gli abbiamo rubato I'orologio fermamondo? Sai le risate...Come minimo lo mettono al manicomio.
- Mi dici almeno perchè...
- Perchè sono curioso, tutto qui. Voglio vedere che roba è. Voglio vedere-se funziona e, se funziona, che cosa fa.
Carla prese in mano la "sveglia":
- L'orologio è fermo...
- Forse nessuno gli ha più dato la carica...premi un po’ quel bottone...
- E se si accende?
- Che vuoi che faccia, scoppia? Dai premi quel bottone.
Carla premette il pulsante ma non accadde nulla.
- Vedi? Non funziona…
- Apri lo sportellino...
- Aperto...Credo che qui ci vada una pila...
- Ecco perchè non funziona...
- Ma che ne sai se funziona o non funziona. Non sai nemmeno che cosa dovrebbe fare una volta acceso...
- Beh, almeno un bip...
Avevano già raggiunto il casello dell'autostrada. Percorsi pochi chilometri, Mauro mise la freccia ed entrò in un area di servizio. Scesero entrambi, entrarono nel negozio ed acquistarono una confezione di pile a bottone della misura giusta. Una
volta fuori dal negozio Mauro scartò la confezione, gettò la carta nel cestino dei rifiuti (era un ragazzo coscienzioso), prese la batteria e la inserì nell'apposito vano all'interno della custodia per occhiali. Mentre Carla lo guardava con impazienza, premette il bottone...
Un autotreno che transitava sulla corsia di marcia proprio di fronte a loro si bloccò di botto. Il silenzio si fece assordante. Mauro, a bocca spalancata, guardò Carla e vide che era immobile, piertificata come l'autotreno, come i due benzinai, come la macchina che stava sopraggiungendo a sinistra. Tutto il mondo si era fermato di colpo. La sveglia fermamondo funzionava davvero! E aveva fermato davvero il mondo, tutto il mondo tranne lui. Lui si poteva muovere, lo stava facendo, poteva parlare, gridare. "Aahhh" - fece - ma nessuno si voltò. Cercò di rianimare Carla, la toccò, la spinse, ma lei rimase una statua, la splendida statua di sè stessa.
Fece un giro del distributore di carburante. Si avvicinò a un benzinaio che stava mettendo benzina nel serbatoio di una Fiat Tipo, gli prese la mano che teneva la pistola, estrasse I'erogatore dal bocchettone della macchina e vide la benzina...che non spruzzava! Usciva dalla pistola ma era ferma! La toccò, ed era solida! Rientrò nel negozio-bar dell'area di servizio. C'erano quattro clienti. Uno immortalato mentre beveva un caffè solido, un altro era stato sorpreso mentre addentava un panino. Uno guardava lo scaffale dei giornali e una signora cercava qualcosa in borsa. Mauro guardò le mani della signora e vide due biglietti da centomila lire che facevano capolino da una tasca interna con la lampo aperta. Li prese. Poi fece il giro del bancone e, dall'altra parte, dove un barista e un cassiere erano pietrificati nei gesti consueti del loro lavoro, si avvicinò alla cassa, premette tutti i pulsanti fino a sentire il dring dell'apertura dello sportello dei soldi e svuotò il cassetto. In tutto 437.000 lire.
Gli tremava la mano ma non Poteva fermarsi, era più forte di lui. D'altra parte era arrivato a venticinque anni vedendo soldi a palate che arrivavano dalle tasche di papà, che lo manteneva all'università a Milano (economia e commercio di Ancona era troppo poco per lui, e poi vuoi mettere l'autonomia….), gli pagava l'appartamento a Milano, gli aveva comprato l'Alfa Spider 2000 rossa, lo faceva vestire firmato fino alle mutande, gli passava una paghetta mensile di un milione (e a lui sembrava davvero poco) che spendeva in discoteche, cene con gli amici, benzina per la macchina, qualcosa da mangiare quando stava solo nel suo appartamento a Milano e che, comunque, solo con qualche "sacrificio" riusciva a far bastare fino al pagamento successivo. Quell'extra gli faceva davvero comodo, ma non era questo. Era la possibilità di avere dei sodi facili, ancora più facili di quelli che doveva scucire a papà.
Guardò nei portafogli degli altri clienti e, perfino, in quelli dei dipendenti del negozio. Ne racimolò altre 230.00 lire. Mise tutto il gruzzolo nel suo portafogli ed uscì. Ripetè I'operazione con i benzinai e con i clienti dei benzinai. Ormai non contava neanche più i soldi che raccoglieva. Infilava biglietti da centomila, cinquantamila, diecimila e mille lire nel portafogli che era diventato più grosso di un panino. Poi si riavvicinò a Carla, tirò fuori dal taschino, dove l'aveva riposta, la "sveglia” e premette il pulsante con scritto on/off.
Il ritorno del rumore fu assordante e lo fece quasi sobbalzare. Carla continuava a guardarlo con la stessa espressione di poco prima. A un certo punto parlò:
- Allora funziona?
- Eh? Ah! No...sembra proprio di no. Vieni torniamo in macchina.
Nel frattempo il benzinaio con la pistola in mano aveva inondato di benzina mezzo piazzale prima di rendersi conto che I'erogatore non era più nel bocchettone.
V
La Città
Si guardò allo specchio e vide che i tre peli caprini che aveva sul mento (tutta la sua barba era lì) si erano vistosamente allungati. Solitamente si radeva una volta la settimana, tanto crescevano lentamente. “Caspita” - pensò – “stavolta sono cresciuti più in fretta..." E tutta la sua riflessione si fermò lì. Non gli venne in mente che, quella mattina, prima di partire rombando da Ancona con la sua cara Carla al fianco per una escursione (sarebbe meglio, a questo punto, definirla incursione) verso la "Marca Bassa", come dicevano loro, erano lunghi almeno due millimetri in meno. Non rilevò che una crescita del genere veniva normalmente raggiunta in almeno quattro/cinque giorni senza radersi. Non raggiunse le stesse conclusioni che, invece,
aveva realizzato Gigio. “E' cresciuta di più? Bene... significherà che sto invecchiando...".
E non lo scosse nemmeno rivedere tutti quei contanti sparsi sul letto, non ebbe il minimo rimorso per quello che aveva fatto. Non lo colse il pensiero che, forse, si era comportato illegalmente e immoralmente. O forse sì... Pensò per un attimo che tutto ciò fosse immorale... e la cosa lo eccitò alquanto. Carla aveva totalmente creduto che la "sveglia" non funzionasse - d'altra parte non si era aspettata certo il contrario - e si era limitata a continuare a rimproverarlo perchè s'era fregato un aggeggio brutto e inutile, aveva commesso un reato per niente, gli faceva pena il povero inventore tradito e ingannato e rimpiangeva lo spremi-pomodori con imbottigliatore automatico e la figura che gli avrebbe fatto fare in famiglia. Con tutta
questa tiritera nelle orecchie era giunto fin sotto casa della ragazza e ce l'aveva scaricata dicendo che era stanco e voleva andare a dormire presto. Così aveva fatto.
Ora, chiuso in camera suq in pigiama, si stava preparando per la nanna sgombrando il letto dalle banconote mentre rimuginava soddisfatto su tutti i possibili utilizzi del suo prezioso apparecchio. Dormì un sonno tranquillo, il così detto sonno del giusto.
Il mattino dopo si alzo di buon'ora e si recò in banca. Aveva in tasca 2.328.000 lire, frutto della sua prodezza del giorno prima, e voleva depositarne una parte sul suo
conto corrente. L'edicola all'angolo mostrava le locandine dei giornali locali che, più o meno, titolavano:
MISTERO SULL'A14
Spariscono nel nulla tutti i contanti in un autogrill
Non se ne avvide nemmeno ed entrò in banca portando in una tasca della giacca la "sveglia". Pensava che avrebbe fatto suonare I'allarme del metal detector alla porta ma non fu così. Evidentemente non c'era metallo a sufficienza nell'apparecchio. Si mise in fila dietro a quattro persone alla cassa 2 e, mentre aspettava il suo turno, quasi istintivamente, pigiò il tasto on/off. In banca, dove generalmente l'ambiente è piuttosto silenzioso, non ebbe la stessa sensazione avuta all'autogrill il giorno prima. Il silenzio non fu così assordante, ma gli ronzavano comunque le orecchie. Con lo sguardo notò che la porta di ingresso al retro del bancone era aperta perchè un impiegato stava uscendo proprio in quel momento. L'attraversò facendo tutto il giro e ritrovandosi alle spalle dei tre cassieri all'opera quel giorno. I cassetti dei contanti erano piuttosto pieni, con banconote assortite che sembravano attendere soltanto qualcuno che le prendesse.
Non le prese tutte. Lasciò diversi mazzetti colorati al loro posto, tanto perché gli impiegati non si accorgessero subito dell'ammanco che stava procurando loro. La cassiera dello sportello 1 stava contando un mazzetto di carte da centomila. Era circa a metà. Estrasse dal mazzo quattro fogli e lascio lì tutto il resto. Ispezionò accuratamente tutti gli sportelli e, dove trovava delle banconote, ne prendeva una parte e lasciava il resto al suo posto.
Poi tornò sul lato clienti. e si diede a perquisire la gente in fila. Nella tasca di un signore di circa cinquant'anni trovò una distinta compilata arrecante un totale da versare per 4.800.000 lire. La distinta era piegata in due e all'interno c'erano tre assegni di vario importo e una somma in contanti di 1.300.000 lire. Ne estrasse quattro banconote da 50.000 e se le mise in tasca con il resto. Si comportò più o meno
nella stessa maniera con gli altri clienti risparmiandone soltanto due che, avevano parecchio contante in tasca, ma nel suo piano, elaborato lì per lì ma, valutò, niente male, dovevano tenerselo. Si accorse che le tasche della giacca erano traboccanti di banconote. Questo poteva essere un problema perchè, una volta "sbloccato il mondo", doveva farsi trovare in fila al suo posto come stava prima di premere il bottone. Se nel frattempo qualcuno si fosse accorto che gli mancavano dei soldi, si sarebbe potuta notare la grande quantità di contante che aveva addosso.
Si abbassò i pantaloni e infilò a piccoli mazzetti i soldi nelle mutande (per sua
fortuna portava gli slip), tenendone fuori soltanto un mazzetto per un totale di 2.700.000 lire. Rivestitosi si recò al banco, prese una distinta e la compilò per una somma in contanti di 3.000.000 di lire. Si rimise in fila al suo posto e spense l'apparecchio. Lo sentì piuttosto caldo al tatto: probabilmente si era surriscaldato.
Come era avvenuto il giorno prima in autostrada tutto tornò assolutamente normale. Nessuno si accorse di nulla fino a che uno dei clienti che aveva "alleggerito" consegnò il contante che doveva versare al cassiere che si accorse che
mancavano duecentomila lire. Quasi contemporaneamente si ripetè la stessa scena alla cassa 3 e, subito dopo, alla cassa 2, dove era in fila lui. Le persone in questione, però, pensarono tutte di aver sbagliato a contare i soldi, corressero la distinta e la storia fini lì. Anche gli altri in fila non fecero storie. Ricontrollarono i soldi, corressero la distinta e, se anche qualcuno pensasse che ci fosse qualcosa di strano, non lo diede a vedere.
Quando fu il suo turno Mauro fece la sua operazione alla cassa e uscì tranquillamente dalla banca con 15.400.000 lire nelle mutande. Nessun cassiere si rese conto dell'ammanco, perlomeno fino al pomeriggio, in fase di chiusura dei conti, quando scoppiò il pandemonio. Nessuno potè sospettare dei cassieri in quanto i soldi mancavano un po' ovunque, nè si potè parlare di rapina perchè non si era visto alcun rapinatore. Si pensò a un furto con destrezza, ma le telecamere a circuito chiuso non avevano registrato niente di anomalo. Il giorno dopo i giornali titolavano:
IN BANCA SPARISCONO I SOLDI
Forse analogie col mistero dell’autostrada
VI
Le rapine
Scaricò il denaro proveniente dal “prelievo" in banca in una ventiquattrore che teneva nell'armadio. Chiuse la valigetta a chiave e si guadò nello specchio dell'anta. I peli del mento erano cresciuti molto più che il giorno prima, nonostante si fosse fatto la barba la mattina stessa. Questo gli diede da pensare. "Che sia un effetto collaterale della "sveglia"? Beh, se così fosse, sarà il male di radersi tre volte a giorno... C'è Daniele che deve farsi la barba mattina e pomeriggio per come gli cresce, senza ricavarci una lira... Non mi posso lamentare..." Quel giorno non vide che alcuni capelli sulle tempie si erano fatti grigi. Se ne sarebbe accorto più tardi.
Pranzò con la famiglia e, a fine pasto ricevette una telefonata di Carla.
- L'hai buttata via?
- Che cosa?
- Quella cosa... II fermamondo o come si chiama…
- No, no... E perchè dovrei?
- Se tanto non funziona...
- Sì, ma è un oggetto particolare, credo che mi porti anche un po' di fortuna...
- In che senso?
- Mah, è solo una sensazione...
- Va be'. Che si fa oggi?
- Ah, niente... ho da preparare le valige, domani torno a Milano...
- Non ne sapevo niente!
- Mi sono dimenticato di dirtelo... Devo iscrivermi al prossimo appello di Diritto Privato...
- Tanto ti cacciano anche stavolta...
- Che fai, porti sfiga?
- E stasera?
- No, vado a dormire presto. Parto all'alba con la macchina...
- Allora quando ci vediamo?
- Torno tra tre giorni, ci vediamo sabato, ok? Ti chiamo da Milano.
- Sei uno stronzo...
- Lo so, ma ci devo proprio andare...
Nel primo pomeriggio uscì di casa e si diresse all'ufficio postale centrale. Lì fu molto più semplice: non c'erano porte col metal detector, quindi accese l'apparecchio prima di entrare e poi, all'interno dell'ufficio, ripulì completamente tutte le casse e tutti i clienti, quindi se ne tornò a casa tranquillamente a mettere al sicuro il ricavato della visita alle Poste in una valigetta. Preparò due grosse valige, all'interno di una delle quali mise la ventiquattrore tutta intera, con il suo prezioso contenuto che ormai aveva superato i venti milioni. Il giorno dopo avrebbe fatto un interessante viaggio verso Milano, facendo qualche tappa nelle aree di servizio più grandi e affollate, facendo sì che la ventiquattrore diventasse sempre più pesante e che il mistero dell'Al4 passasse dalle cronache locali a quelle nazionali, con buona pace degli investigatori che ci stavano diventando matti.
Giunto che fu a Milano fece una doccia ristoratrice e si rasò (farsi la barba stava diventando parte del meccanismo dell'operazione sveglia/soldi). Fece due passi in centro Milano, sempre col suo ormai fido apparecchio in tasca. Visitò una decina di negozi per vuotare qualche registratore di cassa ed entrò in una concessionaria Yamaha per coronare uno dei suoi sogni: comprarsi una moto. Questa era una delle poche cose che suo padre non gli aveva mai concesso. La moto era un "trabiccolo pericoloso" - diceva il vecchio - "per cui scordatela. Chiedimi quello che ti pare ma la moto no!" Ora poteva permettersi di comprare la moto senza dover battere cassa a papà. In soli tre giorni aveva accantonato qualcosa come trenta milioni e più. La moto ci poteva uscire bene. Oltretutto papà non lo avrebbe mai saputo finchè la moto fosse rimasta a Milano e, volendosela portare a casa, poteva sempre lasciarla nel garage di qualche amico.
Il venditore di moto fu molto cortese e accomodante (aveva capito al volo che
stava trattando con uno smanioso di salire in sella quanto prima - costi quel che costi). Gli propose quello che, a detta sua, era un grande affare: il modello di punta della casa in pronta consegna, già immatricolato ma a chilometri zero perché il precedente acquirente aveva cambiato idea all'ultimo momento (rimettendoci la caparra). Glie I'avrebbe data con uno sconto interessante e, se lui fosse stato d'accordo, avrebbe potuto combinare con il notaio per il passaggio la sera stessa, in modo di potersela portare via nel giro di qualche ora. Firmò il contratto. Il venditore prese appuntamento con il notaio che lo ricevette dopo neanche mezz'ora. Dal notaio fece il passaggio di proprietà, lo pagò, e ripulì accuratamente la cassa protesti. Tornato dal venditore, fece un assegno per I'importo pattuito, ritirò i documenti dicendo che avrebbe provveduto lui alla trascrizione della proprietà, salì in sella e partì rombando.
Girato I'angolo fermò la moto, spinse il pulsante on/off della sveglia, tornò dal concessionario e si riprese I'assegno. Moto bella nuova subito e gratis. Non fece caso alla sveglia che, ogni volta che veniva usata si riscaldava sempre prima e sempre di più. Fece, però, caso, quando rincasò, che i capelli stavano imbiancando e che la barba gli cresceva sempre più velocemente e in punti in cui non era mai cresciuta prima.
VII
I Problemi
La mattina dopo entrò in una banca col pretesto di cambiare un po' di lire in marchi e se ne andò lasciando le casse vuote e le tasche dei clienti rivoltate. Fece visita a qualche negozio e a un ufficio postale. Nel pomeriggio ricominciò il giro dei negozi. Ormai aveva immagazzinato un capitale e faceva i suoi giri più per divertimento che per venalità. Entrò in un negozio di abbigliamento di gran lusso (dopo, naturalmente, aver "fermato il mondo”), tutto arredato il legno, col pavimento di parquet, faretti alogeni distribuiti per creare un bellissimo effetto di luci ed una commessa da mozzare il fiato. Non seppe resistere alla tentazione. Si avvicinò alla ragazza che avrà avuto più o meno la sua stessa età le stampò un bacio sulle labbra carnose, le accarezzò i lunghi capelli castani, le accarezzò le cosce lunghe e tornite che venivano fuori da una gonna cortissima. Infine iniziò a spogliarla. Il registratore di cassa che era proprio di fronte a lui non aveva più nessuna attrattiva. La spogliò completamente, indumento per indumento, assaporandone il piacere come si può sorseggiare un buon vino. Poi la stese, spingendola su un tappeto persiano ed iniziò a togliersi i calzoni.
Fu a quel punto che avvertì un forte dolore al petto, proprio in corrispondenza del taschino della camicia dove teneva la “sveglia". Dal taschino usciva del fumo e la camicia stava bruciando. Si strappo via la camicia e vide una grossa scottatura vicino al capezzolo sinistro. La "sveglia" si era surriscaldata parecchio e lo aveva ustionato. Fece per raccogliere la camicia con dentro l'apparecchio e, nell'agitazione, non si accorse che stava premendo I'interruttore. Il mondo si sblocco all'improvviso. La ragazza stesa a terra dapprima alzò la testa smarrita, poi si avvide della propria nudità
e gridò. L'urlo fece voltare le altre commesse ed i clienti presenti in negozio e tutti videro un uomo sui cinquant'anni a petto nudo che scappava correndo dal negozio con i brandelli di una camicia in mano.
Arrivò a casa trafelato e molto preoccupato perchè era certo di essere stato visto. Ancora non sapeva che sarebbe stato impossibile per chiunque identificarlo, tanto era cambiato il suo aspetto. I capelli erano lunghi e quasi tutti bianchi. La barba era incolta e bianca. Una raggiera di rughe si apriva sul suo viso. Era un uomo di più di cinquanta anni, anche piuttosto trascurato.
Vide che c'erano dei messaggi in segreteria. Si versò un cognacchino e, seduto sul divano, ascoltò distrattamente i messaggi. Uno era della mamma che gli diceva che almeno avrebbe potuto telefonare appena arrivato a Milano. Il secondo, che era più o meno dello stesso tono, solo un tantino più arrabbiato, era di Carla. Si era dimenticato di chiamarla. Il terzo era del concessionario delle moto che gli chiedeva
di richiamarlo con urgenza.
Aspettò di essersi calmato abbastanza e poi chiamò il concessionario chiedendo del venditore con cui aveva trattato. Pensò che questo avrebbe completato la messa in scena dell'assegno. Gli rispose però un’altra voce:
- Pronto? Sono Carlo *******, mi ha cercato lei?
- Si, certo, signor *******, abbiamo un piccolo problema...
- Mi dica...
- Non riusciamo più a trovare l'assegno con cui ha pagato la moto...
- Come è possibile?
- E' quello che mi domando anch'io!
- Ha fatto bene a dirmelo. Darò subito disposizioni alla mia banca perchè blocchi
I'assegno.
- Si, ma per il pagamento...
- Di che pagamento sta parlando?
- Della moto che si è portata via ieri sera, signor ******, quella bisogna pagarla!
- Io sono a posto, caro mio, I'ho pagata ieri sera con un assegno.
- Ma se le sto dicendo che I'assegno non lo troviamo più...
- Questi sono problemi vostri. Per quanto mi riguarda io sto a posto.
- Senta, *******, io non so come abbia fatto a riprendersi l'assegno, ma sono sicuro che ce I'ha lei. Non faccia il furbo con me perchè se no m'incazzo.
- Si incazza? E a me che me ne frega se lei si incazza?
- Io penso che le debba fregare. Guarda, brutto stronzo, che se entro domani a mezzogiorno non ho quello che mi devi qui sulla mia scrivania ti faccio passare un guaio che nemmeno immagini...
- Che cos'è, una minaccia? Che fa, mi fa causa?
- Oh no no no. Non ti faccio causa. Ti faccio a pezzi. So chi sei, dove abiti, dove abitano i tuoi, persino dove vive la tua ragazza... Carla si chiama, vero? E se invece di fare a pezzi te mi faccio la tua Carletta e poi faccio a pezzi lei?
Mauro rimase ghiacciato.
- Che fai, stai zitto adesso? Tu forse non sai con chi hai a che fare. Ma te 1o faccio capire io. Ricordati, ti aspetto fino a mezzogiorno, poi mando qualcuno ad Ancona a fare un lavoretto alla tua ragazza. E guarda che non scherzo. Capito? Voglio tutti i miei soldi. E fai in modo che non manchi nemmeno una lira! – e agganciò.
In effetti Mauro non sapeva con chi aveva a che fare, ma credeva di averlo capito. Con questa gente era meglio non scherzare. Decise di portargli il dovuto e chiudere la partita. Avrebbe voluto dire che avrebbe dovuto rifarsi facendo qualche “prelievo” in banca.
Aprì I'armadio per prendere la valigetta dei soldi e, quando vide la propria immagine riflessa nello specchio dell'anta gridò. Tremante si esaminò a fondo. "Chi sei?" chiese allo specchio. “Chi cazzo seiiiii?!?". Fece appena in tempo a gettarsi sul letto in lacrime che gli mancarono le forze e svenne. Dopo un po' passò dallo svenimento al sonno (o a qualcosa che assomigliava al sonno). Saltando nel letto come un invasato, arrivò al mattino successivo.
VIII
La Soluzione
Forse era malato, forse era colpa di quella maledetta macchinetta, comunque i fatti erano che lui era invecchiato di oltre trent'anni, almeno nell'aspetto. Era abbastanza calmo quella mattina, stranamente calmo per un venticinquenne che si ritrova a cinquantotto/cinquantanove anni nel giro di ventiquattr'ore. Ma non gli restava che di stare calmo e tentare di ragionare.
Punto primo: bisognava pagare quel delinquente della moto, questo era imperativo perchè, se veramente faceva sul serio (e sembrava proprio di sì altrimenti dove e perchè avrebbe preso tutte quelle informazioni su di lui e, soprattutto, su di Carla?), allora Carla era in pericolo e lui non voleva tirarla in mezzo alle cazzate che stava combinando con quell'aggeggio di orologio. Quindi avrebbe pagato. Questo avrebbe decurtato di un poco le sue finanze e ciò lo portò a1...
...punto secondo: probabilmente era colpa della "sveglia" se si era ridotto così, per cui sarebbe stato opportuno smettere di utilizzarla. Però voleva rifarsi dei soldi che doveva dare a quello della moto (aveva pur sempre un centinaio di milioni, ma a lui sembravano pochi). E se invece il suo problema fosse stato una malattia? O forse il tutto si sarebbe potuto risolvere andando da un buon medico e pagandolo profumatamente per farlo stare zitto. Avrebbe potuto rimandare il ritorno a casa per parecchio tempo e, nel frattempo, farsi curare e tornare al suo vero aspetto senza dover dare spiegazioni a nessuno se non quelle assolutamente indispensabili al medico che l’avesse curato. Farneticando su tutto questo quindi giunse al...
...Punto terzo: doveva utilizzare ancora una volta la "sveglia" per procurarsi quanto più denaro possibile con il quale finanziare il suo assurdo piano. Sarebbe stata I'ultima volta, ma doveva essere molto succosa. Ci voleva un colpo da qualche centinaio di milioni, magari da un paio di miliardi. Poi avrebbe buttato la "sveglia" in
un naviglio e avrebbe pensato solo a rimettersi in sesto. Una banca, sì, ma bella grossa e piena di soldi. Sapeva già quale, e lì, era sicuro, avrebbe certamente fatto il pieno. Prima, però, sarebbe andato da quel criminale a dargli i suoi stramaledetti soldi.
Mise in un sacchetto di plastica della Rinascente la somma esatta richiestagli dal venditore di moto. Sistemo il sacchetto nel bauletto porta oggetti della Yamaha e si mosse in direzione del concessionario. Qui trovò il suo "amico" che lo aspettava e che, chiaramente, non lo riconobbe. Però riconobbe la moto.
- Lei chi sarebbe? - domandò a Mauro, che realizzò di essere irriconoscibile rispetto al giorno prima, e questo gli fece venire una fitta alla bocca dello stomaco.
- Sono un amico di Mauro, ho portato i soldi...
- Bene, vedo che è stato ragionevole...
- Aveva scelta?
- Sono tutti? - chiese il tipo indicando con un cenno del capo il sacchetto di plastica.
- Certo, non ti fidi?
Il venditore di moto rispose con una risata sarcastica. Frese in mano il sacchetto, lo aprì e ci infilò le mani e quasi la testa. Dopo una rapida conta dei mazzetti di banconote disse:
- Credo che siano tutti. Comunque non c'è problema. Dì al tuo amico che se mancano
soltanto centomila lire, prima strapazzo la sua ragazza e poi lo sfascio. Girò sui tacchi e rientrò nel suo ufficio di vetro.
Ora non gli rimaneva atro da fare che premere per l'ultima volta I'interruttore della "sveglia". Sfrecciando velocemente per le vie di Milano, sfruttando la potenza e
l'agilità della moto che riusciva ad avere facilmente la meglio sul traffico congestionato della città, giunse davanti alla sede centrale della Banca ++++++, probabilmente l'istituto di credito più importante del nord Italia. Prima di entrare avvolse la scatolina con I'orologio con un panno che si era appositamente portato dietro, allo scopo di impedire per il maggior tempo possibile che lo strumento, che sicuramente si sarebbe surriscaldato come l'ultima volta che I'aveva usato, gli ustionasse ancora la pelle. Pigiò il bottone on/off quindi si avviò verso la porta elettrica girevole che dava accesso alla banca. Chiaramente la porta non si aprì, visto che aveva appena bloccato il mondo. Spense I'apparecchio e, questa volta, la porta girò facendolo entrare nell'ampio salone dedicato ai clienti. C'erano dodici casse tutte operative, con file di clienti di dieci - dodici persone per ogni sportello. Attivò la "sveglia" e si mise all'opera.
Iniziò vuotando le tasche dei clienti della fila alla cassa numero uno e, via via,
passò alle file successive, con buon profitto, racimolando già con quella operazione qualche decina di milioni. Sentiva la "sveglia", riposta nel taschino interno della giacca, che iniziava a riscaldarsi, ma decise che, qualsiasi cosa fosse accaduta, non I'avrebbe spenta finchè non avesse terminato il “lavoro".
Ripuliti per benino tutti i clienti in fila, passò sul retro ed iniziò a dedicarsi alle casse. Qui il contante era davvero tanto. Aveva portato con sè un sacchetto di plastica vuoto dove stivò le banconote che prendeva dai cassetti. Questa volta non lasciò nemmeno le monetine, nè la valuta estera. Doveva raccogliere il più possibile perchè quello sarebbe stato l'ultimo colpo. Poi avrebbe distrutto l'apparecchio.
Quando fu alla cassa sette si guardo le mani e vide che si erano come avvizzite, con la pelle flaccida percorsa da venature rossastre e punteggiata da macchioline marroni. Somigliavano alle mani del nonno, morto alla veneranda età di novantacinque anni due anni prima. Intanto I'apparecchio nella tasca stava diventando davvero caldo. Alzò la testa e vide se stesso riflesso sul vetro della cassa. Aveva l'aspetto, appunto, di un novantenne. I lunghi capelli bianchi si erano diradati, la barba gli arrivava al petto, le rughe nascondevano completamente quella che, solo due giorni prima, era stata la fisionomia di un venticinquenne in buona salute. Sembrava la caricatura grottesca di Babbo Natale.
Decise che fosse il caso di sbrigarsi. Passò alla cassa successiva, mentre la "sveglia" stava diventando rovente. Strinse i denti ignorandola per quanto possibile. Fece per prendere i contanti ma non riusciva a tener ferme le mani, prese da un forte tremore. La "sveglia" scottava sempre di più e gli stava ustionando il petto nonostante le sue precauzioni. Tentò di ignorare il calore e cercò di governare le mani, che tremavano sempre di più ed erano quasi diventate autonome, incontrollabili. Senti le ginocchia che cominciavano a cedere, la schiena che sembrava spezzarsi. Il sudore gli scendeva a rivoli dalla fronte nonostante che la temperatura del salone fosse resa mite
dall'aria climatizzata che, fino al momento in cui si era bloccata come tutto il resto, era stata spinta all'interno da grossi condizionatori posti in corrispondenza delle vetrine.
Capì che gli stava capitando qualcosa, qualcosa di grave, estremamente grave. Mise da parte il proposito di non spegnere la "sveglia" fino a che non avesse finito e, con la mano destra impazzita tentò di spegnere I'apparecchio ("e quello che deve succedere succeda"). Ma la mano non ne voleva sapere di mettersi a frugare nella tasca della giacca. Intanto i dolori alle ossa si stavano facendo insopportabili. In quel momento pregò, cosa che aveva sempre fatto molto raramente. Pregò Dio o chi per lui perché gli venisse in aiuto, perchè facesse cessare quel delirio. Desiderò con tutte le sue forze di non aver mai iniziato a rubare, di non aver mai premuto quel bottone, di non aver mai rubato un’invenzione ad un vecchio bislacco, di non essere mai stato in quel paese maledetto. Ma era troppo tardi per pregare e troppo tardi per tornare indietro.
Il suo corpo aveva superato i cento anni di età e decise che era tempo di morire. Morì perche il suo cuore si era fermato. Si accasciò di fianco al cassiere dello sportello numero otto e le mani smisero di tremare. Ma la "sveglia" stava continuando
a funzionare, e nessuno dei presenti si accorse di avere avuto sotto gli occhi la morte di un uomo. La "sveglia" non poteva sapere che chi l'aveva azionata non aveva più bisogno di lei. Continuo ad accelerare il tempo di Mauro anche se Mauro non aveva più tempo. Lo accelerava sempre più velocemente - questo era un difetto di fabbricazione a cui Gigio non aveva potuto rimediare - ed era per quello che si surriscaldava. Il corpo di Mauro si stava disfacendo rapidamente e, nel giro di qualche minuto (del suo tempo relativo) era ridotto in polvere. Poi si esaurì la pila e la "sveglia" si spense.
IX
Le Indagini
I1 cassiere dello sportello numero otto guardò per caso a terra vicino al suo sgabello e non si capacitò di trovarvi dei vestiti logori stesi come se ci fosse qualcuno dentro. Solo che non c'era nessuno. A fianco dei vestiti c'era un sacchetto di plastica che risultò contenere circa 148.000.000 di lire più qualcosa come 23.000 dollari e 54.000 marchi. Quando i clienti in fila iniziarono a gridare che qualcuno li aveva appena rapinati e quando gli altri cassieri si resero conto che il loro cassetto del contante era vuoto, fu subito chiaro da dove provenissero i soldi nel sacchetto. Non era altrettanto chiaro come fossero finiti lì.
I carabinieri archiviarono il caso senza essere in grado di spiegarlo. Nessuno capi come si erano svolti i fatti. Le telecamere a circuito chiuso non avevano ripreso nulla e, il punto in cui fu ritrovato il sacchetto di plastica vicino ai vestiti era in un angolo morto della telecamera, per cui non fu possibile stabilire come quella roba fosse giunta lì. Fu solo evidente il fatto che si trattava di una caso analogo alla lunga serie di inspiegabili sparizioni di contanti che si erano registriate nel centro-nord d'Italia da qualche giorno a quella parte. Solo che, in questo caso specifico, i soldi non erano spariti ma si erano semplicemente spostati dal punto in cui erano fino a dentro un sacchetto di plastica. Nessuno capì che, dentro quei vestiti logori e consumati c'era stato un corpo. Ormai non c'era più niente. Non c'erano documenti e niente che potesse far risalire al proprietario degli indumenti.
All'interno della giacca trovarono un astuccio per occhiali con un orologio da taschino d'argento incastonato sullo sportello superiore ed un circuito elettrico interno. Sulle prime pensarono ad una bomba ma fu subito chiaro che quell'aggeggio non sarebbe mai potuto esplodere: dentro non c'era esplosivo. Nessuno capì mai che roba fosse. Sia i vestiti che la strana custodia per occhiali furono sequestrati dalla magistratura e depositati nel magazzino reperti della Procura della Repubblica di Milano. Qualche giorno dopo un appuntato che aveva partecipato ai rilevamenti in banca si recò in magazzino incuriosito dallo strano oggetto che avevano recuperato. Verificò col custode che quella roba non era nemmeno stata catalogata in quanto non era classificabile come "indizio di reato", visto che, in realtà, non c'era stato alcun reato. L'appuntato trafugò la sveglia e se la portò a casa, sostituì la pila, ma l’apparecchio non tornò a funzionare. Probabilmente si era guastato a causa del surriscaldamento. Il carabiniere si chiamava Mario Giovannini, figlio di Gaetano Giovanni detto "Lu Scupì", ed era nato a Monte San Girolamo trentacinque anni prima.
Mauro fu catalogato fra le persone scomparse. La madre si rivolse anche alla trasmissione televisiva"Chi l'ha visto" ma, naturalmente, non I'aveva più visto nessuno. L'ultima persona con cui aveva parlato, il venditore di moto, non lo aveva riconosciuto e, comunque, non avrebbe certo partecipato alle ricerche. La sua moto fu ritrovata davanti alla banca, ma a nessuno venne in mente di collegare i fatti. La sua famiglia lo sta ancora cercando.
X
L'Epilogo
Gigio stava lavorando alla sua ultima creazione, un apparecchio per accendere e spegnere la luce di una stanza con un semplice comando vocale tipo “accendi" o "spegni", utilizzando un normale interruttore il cui bottone sarebbe stato sostituito dalla membrana proveniente da un microfono. Era una di quelle invenzioni su commissione che gli piaceva tanto poco realizzare ma che gli davano I'opportunità di arrotondare la pensione. Poi se la richiesta veniva fatta dal sindaco...
Si aprì la porta ed entrò un giovane sui trentacinque, alto, distinto, con un taglio di capelli militare. Parlò con un lieve accento milanese:
- Buongiorno Gigio, te rricordi de me? (ti ricordi di ne?).
- Veramente no. Chi sii? (chi sei?).
- Sò Mario de lu Scupì (sono Mario, il figlio dello "Scupi”).
- Quillo che fa lu carabiniere fora? (quello che fa il carabiniere fuori?).
- Proprio...
- Bocca vello. Quand'è che non te vedo. E do' stai addè? (entra, caro. Quant’è che non
ti vedo. E dove stai adesso?).
- So’ appuntato a Milano (sono appuntato a Milano).
- Fresca! Si ffatto cariera! (Accidenti! Hai fatto carriera).
- M'è jita abbastanza vè (mi è andata abbastanza bene)
- Dimme (dimmi), a che devo la visita?
- Dunque, a Milano sò troato st'affare (a Milano ha trovato quest'aggeggio) - e tirò fuori da una tasca la "sveglia" - Non saccio che d'è e a che serve (non so cos’è e a che
serve), comunque non funziona. Te lu volìo fa vedè, capace che tu ce capisci che cosa... (te lo volevo far vedere, può darsi che tu ci capisci qualcosa).
Gigio fece un balzo sulla sedia, ma Mario non se ne avvide. Poi si riprese:
- E che ce fai se non sai nemmeno a che serve?
- Che te saccio, so curioso {che ne so, sono curioso)
- Va vè, lascemelo che dopo glie guardo (va bene, lasciamelo che dopo gli do un'occhiata).
Quando il carabiniere se ne fu andato, Gigio tirò un lungo respiro, prese in mano la "sveglia", se la rigirò diverse volte fa le dita e l'aprì. Quale fosse stata la sua storia lo ignorava ma sapeva per certo che non era una bella storia. Pensò al ragazzo che era sgattaiolato via dalla bottega quel giorno d'estate di quasi un anno prima e ricordò quello che aveva pensato quel giorno, quando lo aveva rincorso invano ed aveva visto partire sgommando l'Alfa rossa dalla piazza del paese. Aveva pensato che non erano più affari suoi. Era certo che quel ragazzo non aveva semplicemente perso la "sveglia". La storia era certamente più complessa e triste, tanto che ora quell'oggetto l'aveva un carabiniere. Dove lo avesse trovato non lo sapeva. Sapeva che glie lo aveva portato soltanto per curiosità - di questo era certo - capiva quasi sempre quando qualcuno gli raccontava frottole - ma il fatto che fosse finito in mano sua non era per niente bello, almeno per quel ragazzo con la macchina targata Ancona. Il carabiniere ogni tanto tornava in paese, d'estate, a trovare i suoi e a passare un breve periodo di vacanza, e sicuramente si era portato la sveglia da Milano proprio per farla vedere a lui, dopo averla trovata chissà dove. Decise di non indagare oltre.
Aprì I'astuccio e controllò il circuito col tester, anche se, ad una prima occhiata,
sembrava evidente che era tutto bruciacchiato. La pila era buona ma c'erano diversi componenti bruciati. Probabilmente poteva riparare l'apparecchio, ma I'idea non gli sforò neanche il cervello. Quando, il giorno dopo, Mario sarebbe tornato per sapere cosa ne pensasse, gli avrebbe detto che non aveva la minima idea di cosa fosse, a che
servisse e che, comunque, non era in grado di ripararlo.
Questo l'indomani disse al carabiniere, che si mise subito l'anima in pace. Però
chiese a Mario di lasciaglielo, per studiarlo meglio ed eventualmente restituirglielo la prossima volta che sarebbe venuto in paese. Mario acconsentì a lasciarglielo, anzi, glie lo regalò, dicendo che tanto lui non avrebbe saputo che farsene. Invece Gigio avrebbe potuto tirarne fuori qualche pezzo buono da riutilizzare per qualcos'altro. Si congedarono allegramente.
Rimasto solo, Gigio smontò completamente la "sveglia". Gettò via i pezzi bruciati e recuperò poco o niente. Gettò via anche I'involucro. Tirò fuori da un cassetto, dove l'aveva riposto più di un anno prima, il coperchio della cassa posteriore dell'orologio da taschino in argento, lo rimontò sull'orologio, attaccò il tutto alla catenella d'argento che aveva conservato insieme al coperchio e lo infilò nel taschino dei jeans.
12:21
Scritto da: laperonza
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Mariopanza
Quando Mario si presentò la prima volta in classe tutti gli altri bambini capirono immediatamente che era diverso da loro. Lo capirono più che altro dal colore del grembiule che, invece che essere nero come quello che tutti loro portavano, era azzurro. Mario veniva da un paese della provincia, ma molto più a sud, e lì aveva fatto le elementari fino alla quarta. Poi i suoi si erano trasferiti e lui ora si ritrovava addosso gli sguardi incuriositi e divertiti di una ventina di sconosciuti. Il fatto che provenisse da un paese del sud del Piceno era il secondo fattore di differenza: l’accento era chiaramente dissimile a quello degli altri. A quell’epoca la difformità di cadenza si notava molto più di adesso: ora siamo tutti cosmopoliti, mischiati, e puoi sentire da un orecchio qualcuno parlare romanesco e dall’altro uno che parla cinese pur stando nel cuore delle Marche. Allora invece i paesini erano ben chiusi su se stessi e quando arrivava uno di fuori – e per fuori intendo tutto quello più lontano di un raggio di cinquanta chilometri - lo sgamavi alla prima parola. Il terzo fattore di differenziazione tra Mario e i suoi nuovi compagni era il suo enorme stomaco. Nessuno sapeva allora che si trattava di una malattia molto grave che da lì a qualche anno lo avrebbe ucciso. Era solo un elemento fisico notevole, ridicolo ai loro occhi e, con la sublime cattiveria di cui soltanto i bambini sono capaci, lo chiamarono già dalla ricreazione “Mariopanza”.
Mariopanza era timido e riservato, non intelligentissimo, buono di cuore ma diffidente verso il prossimo, forse perché il prossimo raramente si dimostrava ben disposto verso di lui. Così si isolò e non fece amicizia con nessuno della sua nuova classe. Passavano i mesi ed era sempre più solo. Si innamorò alla follia di Miriana, la ragazza più carina, che era anche il capo (la capa) delle femmine e che aveva un caratterino che te la raccomando. Vuoi per la sua innata timidezza vuoi perché lei non era certo facile da avvicinare per un introverso cronico come lui, Mariopanza esprimeva il suo amore con l’adorazione estatica e statica. Passava il suo tempo a guardarla. In quanto a parlarle nemmeno ci pensava.
Capitò che un giorno, a ricreazione, scoppiò una lite per motivi ancora incomprensibili – ma a quell’età, si sa, le liti sono quasi sempre incomprensibili, e non solo a quell’età - tra un bambino della classe di cui stiamo raccontando e un altro di una classe attigua, sempre quarta elementare. La lite si estese tra i compagni dell’uno e dell’altro e la rissa fu evitata solo dal suono della campanella che rimandava tutti in aula. Ma non era finita lì. Alla fine della scuola un gruppo di bambini dell’altra classe si mise ad attendere fuori dal portone quelli della classe di Mariopanza. La rissa, evitata a ricreazione, scoppio con tutto il suo furore alle 12,30. E furono botte da orbi e insulti. Tutto regolare insomma. Finchè Antonella, l’omologa di Miriana nell’altra classe, capa capessa di tutte le femmine e un po’ anche dei maschi, decise che, per rinforzare la sua figura di condottiera suprema in battaglia, avrebbe dovuto tagliare la testa al nemico abbattendone il comando. Armata di un ombrellino rosso vivo, alzandolo sopra la testa con fare minaccioso, si avventò verso Miriana decisa, forse, a romperglielo in testa.
Mariopanza, come sempre, stava di lato, non partecipava. Osservava la scena con quei suoi occhioni tristi e vigilava attento sull’incolumità dell’amato bene. Si accorse subito delle intenzioni della capessa avversaria e, per la prima volta nella sua carriera di compagno di scuola e innamorato segreto della suddetta, intervenne. Lo fece con impeto, decisione e anche un po’ di incoscienza. Si lanciò contro la ragazza armata di ombrello, glielo prese con uno strattone secco facendola precipitare all’indietro e fece a lei quelle che lei voleva fare all’altra: glielo ruppe in testa. L’ombrello era di poco valore, leggerino, si accartocciò prendendo la forma del cranio della povera bambina ma quest’ultima non ebbe gravi conseguenze: fu più ferita nell’orgoglio che sul capo. Tutti videro la scena e ogni tafferuglio si fermò all’istante. Quando ci si rese conto che Antonella non s’era fatta (quasi) niente scoppiò una fragorosa risata collettiva. La rissa fu immediatamente accantonata e fu pace immediata e duratura. Qualcuno soccorse la bimba ombrellata, i più si scompisciavano dalle risate e molti presero a dar pacche sulle spalle a Mariopanza, complimentandosi con lui per il gesto eroico. Miriana gli diede un bacio sulla guancia. Il giorno dopo Mariopanza tornò a sedersi al suo posto, non parlò con nessuno e nessuno parlò con lui. Nei secoli dei secoli.
12:15
Scritto da: laperonza
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