19/10/2011
Teo
Facevo collezione di francobolli. Mia mamma era ragioniera in un calzaturificio e mi metteva da parte le buste della corrispondenza che riceveva. Così iniziai a mettere da parte i francobolli del periodo. Evidentemente era un passatempo di moda negli anni ‘70 per cui era facile trovare altri ragazzi collezionisti disposti allo scambio dei doppioni. Così la collezione cresceva. Tramite conoscenze ero entrato in contatto epistolare con un signore italiano, Renato, che aveva fatto la campagna di Russia e si era sposato in Bulgaria non tornando più in Italia. Renato mi mandava di sua sponte e con piacere francobolli dell’Unione Sovietica, per la qual cosa rischiava anche parecchio essendo vietato oltre cortina quel tipo di attività.
Al mio paese se parlavi di filatelia non potevi prescindere da Teo l’americano, il marito di Milietta. Francamente non ricordo come finii a casa di Teo, fatto sta che ci finii. E quella fu una delle esperienze fondamentali della mia vita. Matteo, Teo per gli amici, era un omone col pizzo canuto, polacco trapiantato negli USA, che s’era trovato appunto in America giusto giusto per fare la Seconda Guerra Mondiale. Era imbarcato nel Pacifico come cuoco quando il suo incrociatore era stato centrato e affondato da un siluro giapponese. Il suo racconto proponeva il siluro che attraversava tutta la cucina della nave portando con se la sua tibia e il suo perone, lasciandolo con un brandello di carne al posto della parte inferiore della gamba destra. La chirurgia americana dell’epoca era evidentemente molto più avanti di quella italiana anche contemporanea in quanto gli ricostruirono la gamba intorno ad un tubo di metallo. Certo non correva i cento metri ma claudicante camminava per casa.
Era un uomo burbero come pochi, gigantesco, con quell’accento misto tra anglosassone e slavo e la voce cavernosa. Diciamo che la prima impressione fu terrificante. Poi lo conobbi e lo amai, molto, come si può amare un nonno. Teo cucinava da dio, cose strane che io non avevo mai neanche sentito nominare. A quell’epoca, parlo della fine degli anni ’70, sfido chiunque ad aver saputo cos’era il ketchup. A casa sua mangiai bacon and eggs e mamma rabbrividì solo a sentire che cos’era, bistecche alla Bismarck, innumerevoli insalate con salse che andavano dalla maionese al tabasco.
Collezionava francobolli e monete. Aveva una stanza, di fronte alla cucina, tappezzata di scaffali dove teneva le bustine dei francobolli. Infatti non usava gli album ma li teneva sciolti in piccole buste di carta oleata. E me ne regalò parecchi, che aveva doppi, ma per me erano davvero un tesoro: francobolli del Regno d’Italia, della Germania prenazista con sovrastampato il valore centuplicato durante la depressione, dei vari paesi europei prima della guerra, degli USA e dell’America latina. Un tesoretto, se non da un punto di vista economico, sicuramente da quello storico. Per non parlare di quello affettivo.
Con Teo iniziai ad interessarmi di calcio. Fino allora non me ne fregava niente e quando i miei amici o i compagni di scuola si accapigliavano per il pallone la cosa mi lasciava del tutto indifferente. Ma era il 1978 e c’erano i mondiali in Argentina. Premesso che, quando andavo da lui ci rimanevo tutta la mattinata o tutto il pomeriggio, durante i mondiali se giocava la Polonia (e quell’anno giocava, hai voglia se giocava) tutti zitti davanti alla TV. All’inizio mi annoiavo e non capivo il gioco, così lui pazientemente mi spiegava le azioni e le regole, tanto che mi appassionai. Ci siamo visti insieme tutte le partite dei mondiali della Polonia e dell’Italia, lui seduto sulla sua poltrona di fronte alla finestra che dava sulla piazzetta dell’erbe ed io appoggiato sul tavolo dal piano di vetro che racchiudeva banconote di tutto il mondo.
Teo morì negli anni ottanta. La sua casa negli anni 2000. Ora c’è una piazzetta al suo posto. Carina. Ma manca un pezzo della storia del mio paese e anche un pezzo della mia storia personale. Lì nessuno appenderà a dicembre la grande slitta di Babbo Natale con tanto di renne tutta luminosa e tanto americana.
20:05
Scritto da: laperonza
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18/10/2011
Hush
Cresciuto a pane e hard rock col tempo s’era imborghesito. Quello che da giovane ripudiava con tutto se stesso ora quasi gli piaceva. Alla radio non cambiava stazione se spuntava Laura Pausini e quasi quasi gli piaceva pure Eros Ramazzotti. Via via che invecchiava stava smettendo di ascoltare la musica che era stata il sottofondo e qualche volta anche la regia della sua adolescenza. I ricordi musicali della sua epoca verde erano quasi totalmente svaniti così come i calli alle dita da bassista che pure erano stati la sua croce e il suo vanto fino ai vent’anni.
Veramente ora ascoltava pochissima musica, ne sentiva tanta ma ne ascoltava poca. La radio, l’autoradio, era sempre accesa e si sorbiva di tutto senza godere di niente. Raramente gli capitava di incappare per caso su un pezzo dei suoi preferiti e quando questo succedeva aveva un sussulto di giovinezza che lì per lì lo rinvigoriva ma che poi sbiadiva nella sua grigia quotidianità e quasi lo rendeva ancora più triste. Quel giorno non si aspettava di avere una reazione così sublime quando alla radio, sentendo le prime due note, riconobbe Hush del Deep Purple. Fu trasportato di peso indietro nel tempo e si risentì improvvisamente i capelli lunghi sul collo e i brividi lungo la schiena che provava sempre quando la voce di Rod Evans o di Ian Gillan intonava i pezzi del suo gruppo preferito. Strani effetti fa la musica quando ti riporta al passato. Rivide in pochi secondi i suoi amici del tempo, i membri della band in cui suonava, la ragazza con cui filava, i suoi professori del liceo, suo padre giovane e forte. Quello che non vide fu il camion dall’altra parte della superstrada che saltava la carreggiata e gli finiva addosso. La musica lo stava facendo sentire come se stesse volando e mentre il suo corpo volava davvero rimbalzato giù dal viadotto probabilmente lui non c’era già più.
15:31
Scritto da: laperonza
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17/10/2011
A Piombo
Scese la sera
Improvvisa, come un peso
Lasciato cadere
Accendemmo la luce
E vedemmo le nostre ombre
Proiettate sul muro
Attendemmo un segnale
Un suono amichevole
Una voce vicina
Ti guardai negli occhi
E vidi il tuo mondo
Lontano dal mio
La tua anima lucente
Che da sempre bramavo
Distante dalla lingua
Che batteva veloce
Spensi la luce
E ammirai il silenzio.
12:01
Scritto da: laperonza
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13/10/2011
Giù dai monti
Marino arrivò in paese alla fine degli anni cinquanta con due paia di scarpe e una valigia di cartone. Arrivò dalla montagna attratto, come tanti a quell’epoca, dalla possibilità di lavoro e ricchezza che l’incipiente miracolo economico prometteva. Arrivò per evitare una vita da contadino a tirar via pietre da un campo arso e avaro. Arrivò con la speranza o certezza di un avvenire migliore. Molte famiglie del paese in quel periodo affittavano camere a pensione a questi ragazzotti montanari un po’ rustici ma bravi e Marino si accasò da Nanni pattuendo un fitto equo per entrambi. Un suo parente, cugino della madre, che era arrivato qualche anno prima e che aveva messo su famiglia, gli aveva trovato un posto da garzone in fabbrica. Non sapeva fare nulla Marino, non aveva la minima idea di come si facesse il suo lavoro, ma aveva mani buone, buona volontà e capacità di apprendere veloce. Così gli fu facile pagarsi la pensione, il mangiare, e qualche panno per vestirsi un po’ più decente di quelli che s’era portato dietro dalla montagna.
Quelli del paese trattavano con la dovuta diffidenza i forestieri venuti a trovare lavoro, un po’ come oggi trattiamo gli immigrati e gli extracomunitari. Marino, però, era di carattere giocoso, buono di indole e di spirito pronto. E poi il suo accento era sì leggermente montanaro ma non più di tanto, cosicché dopo qualche settimana già non si capiva quasi più che fosse “di fuori”. Non gli ci volle molto quindi per farsi amici dei giovani del posto. E cominciò a frequentare delle ragazze. A quell’epoca queste cominciavano ad emanciparsi, le gonne si accorciavano, gli abiti si facevano colorati e i caratteri più aperti. Così nella comitiva di Marino ce n’erano due o tre mica male. Carine, simpatiche e senza tanti pregiudizi.
Lorella era forse la più bellina, con quell’aria da ragazzetta e gli occhi maliziosi. A Marino piaceva proprio e sembrava che anche lui non le fosse del tutto indifferente. Lorella era figlia di operai ed aveva studiato fino alla terza media. Per Marino, che s’era fermato alla quinta elementare, era intelligente e colta oltre che bellissima. Non c’era mai stato nulla tra loro se non qualche battuta e un ballo ad una festa, ma già Marino fantasticava di matrimoni. E così sapeva che non era cosa facile, operai tutti e due, con la sua famiglia che dalla montagna certo non avrebbe potuto aiutare più di tanto e quella di lei che tanto meglio non se la passava: sette figli e uno stipendio.
Mimma era una ragazza bruttina, un po’ in carne, col seno prosperoso ma le gambe grosse e tozze. Aveva gli occhi azzurri ma lo sguardo cattivo. Mimma era figlia di famiglia benestante, commercianti i suoi, e aveva solo due fratelli. Aveva una bella dote e delle belle prospettive. Aveva anche una cotta micidiale per Marino che, però, non se ne avvedeva né, anche nel caso se ne fosse reso conto, avrebbe avuto alcun interesse, innamorato ormai di Lorella. Ma Mimma era ragazza tenace e quando voleva una cosa era abituata ad ottenerla. Così una sera, ad una festa che Marino aveva un po’ esagerato col vino, Mimma ottenne quello che voleva o, almeno, credette di ottenerlo.
L’atto fu consumato in un campo appena fuori le mura. Mimma toccò il cielo con un dito. Marino al mattino sì e no che se ne ricordava. Ma dovette ricordarsene presto perché il grembo di Mimma cominciò a lievitare e quei tempi su queste cose non si scherzava mica. Cominciarono subito i preparativi per il matrimonio. La famiglia di lei la prese piuttosto bene, considerando che la figlia difficilmente potesse puntare ad un partito migliore bruttina e sgraziata com’era. E poi il montanaro non era affatto male: bravo, educato e pure caruccetto. La famiglia di Marino non disse né a né o. L’unico chiarimento che il padre di Marino tenne a precisare fu che loro non avevano una lira e che il figlio si doveva arrangiare. Il padre della ragazza aveva una casa sfitta e la fece ripulire e risistemare per la figlia. Per il futuro genero aveva pronto un posto in bottega. I fratelli della sposa picchiarono un paio di pettegoli che avevano da fare battute sulla gravidanza della di loro sorella e tutte le chiacchiere di paese cessarono.
Ma Marino non era affatto felice e quando per strada incrociò Lorella e questa non lo salutò abbassando lo sguardo si sentì morire. Prese la lambretta che s’era comprato con i primi risparmi e andò a casa in montagna. Suo fratello maggiore gli disse la sua: non doveva sposarsi se non voleva. E quanto Marino gli riferì il timore che i fratelli della sposa l’avrebbero massacrato il suo di fratello gli consigliò di scappare a Milano, dallo zio Paolo che da anni viveva lì ed aveva un’avviata attività di commercio. Marino manco se lo ricordava lo zio, ma prese il telefono pubblico del bar della piazza e, armato di coraggio e disperazione, telefonò allo zio Paolo raccontandogli la sua tragedia. Lo Zio si disse più che disponibile di ospitarlo. Marino non tornò al paese ma andò diretto alla stazione e prese il primo treno per Milano.
La settimana successiva il caso del montanaro scomparso rimbalzava di porta in porta nel paese. Non si parlava d’altro e non c’era minaccia di botte o ghigni duri dei ragazzotti fratelli di Mimma per calmare lo scandalo. Nessuno sapeva dove fosse Marino ma sembrava evidente che fosse scappato. La Lambretta era stata notata davanti alla stazione e quello era chiaro indizio di fuga, non di disgrazia. I fratelli della sposa erano a dir poco infuriati: occorreva trovarlo e occorreva riportarlo a casa a fare il suo dovere. E la cosa che li imbestialiva di più era che, se l’avessero trovato, nemmeno potevano spezzargli le ossa: dopotutto era loro cognato. Ma una bella ripassata senza fratture gliel’avrebbero data, signorsì.
Furono interrogati i familiari di Marino e questi negarono di sapere dove il ragazzo fosse. Anzi, si dissero preoccupati per la sua sorte. Anche il fratello maggiore, architetto della fuga, si dichiarò ignaro delle sorti del promesso sposo. Promesso sposo che, intanto, a Milano s’era piazzato a casa dello zio che l’aveva accolto come un figlio e gli aveva dato pure un lavoro e uno stipendio passabile.
Passarono così due mesi, mesi in cui la pancia di Mimma lievitava e le chiacchiere non si assopivano. I fratelli della sposa non erano persuasi del fatto che i familiari del futuro cognato non sapessero nulla e tornarono in montagna. Trovarono il fratello di Marino a riposare seduto vicino la stalla. Anziché prenderlo con le cattive tentarono la carta del benessere e gli proposero di venire a sua volta a lavorare al paese, che loro lo avrebbero aiutato a trovare un buon posto e una buona casa a patto che egli li avesse aiutati a ritrovare il fratello in fuga. Fatto sta che in montagna cominciava a starsi davvero male. La campagna produceva poco, il lavoro era duro e il padre stava invecchiando e non era più quello di una volta. La proposta allettò il fratello di Marino. Si fece promettere che non sarebbe stato torto un capello allo sposo e spifferò tutto.
Marino tornò in paese senza fratture ma con qualche livido sotto i vestiti, dove non si vedeva. Se ne accorse solo Mimma quando lo abbracciò piena di gioia per averlo ritrovato e lo sentì lamentarsi quando lo strinse a sé. Si sposarono dopo due settimane. Ebbero il bambino che Mimma aveva in grembo e altri quattro figli. Vissero insieme tutta la vita e, a quel che si sa, Marino fu marito fedele. Mimma lo fu per forza di cose dato che il tempo non fu affatto clemente con la sua già avanzata bruttezza. Marino non parlò più col fratello.
15:03
Scritto da: laperonza
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11/10/2011
Arduo compito
03/10/2011
Il mare in autunno
12 ottobre
Ciao Silvietta,
grazie per la spesa, per le pulizie, per la cena in forno. Sei un tesoro. La casa profuma di fresco e pulito ed è andato via quell’odore cattivo di chiuso e dimenticanza che c’era l’ultima volta che ci sono stato. Ho aperto le persiane e chiuso le finestre perché stasera c’è un vento teso e fa anche piuttosto fresco.
Come ti ho detto al telefono il viaggio è stato massacrante ma ne valeva la pena. Avevo decisamente bisogno di staccare la spina e sgombrare la testa, avevi ragione tu. Ora però voglio cullarmi nel dolce far niente e godermi questa solitudine salata che, per fortuna, mi posso offrire.
Ti ho fatto mandare dall’avvocato le ultime carte da firmare. Abbi pazienza, sono davvero le ultime. Fammi il favore di sistemarle domattina stessa così per la prossima settimana tu e tuo fratello potete “assumere ufficialmente il comando” .
Saluta Paolo e i bambini per me. Un abbraccio
Babbo
aaaaaaaaaaaaa
Carissimo Matteo,
non ti scrivo da un po’ ma sono stato fuori e ho volutamente lasciato computer e telefonini vari a casa. Avevo bisogno di cambiare aria e distrarmi. Così mi sono fatto il viaggio dei miei sogni: la Route 66, ricordi? La sognavamo insieme. Avrei tanto voluto averti con me ma questa la dovevo fare da solo. Ho noleggiato una Harley a Chicago e ci sono arrivato a Los Angeles senza intoppi. Certo che a settant’anni non hai la prestanza dei venti, ma pensavo peggio. L’America l’avevo vista diverse volte come sai, ma mai in moto e tutta d’un fiato così. Un sogno che si avvera, che ha mitigato un po’ quell’amarezza che, però, credo ormai non mi lascerà mai più.
Ti scrivo dalla mia casa al mare, a Porto Potenza Picena. Ci sei venuto una volta, anni fa. Voglio stare da solo per un po’, riflettere, fare un po’ d’ordine. L’azienda l’ho passata in toto ai miei figli, io ho già dato. Da oggi sono ufficialmente in pensione.
Qui è molto bello, lo ricorderai. Ho il cancelletto che si apre direttamente sulla spiaggia e la stradina che arriva qui è davvero poco frequentata in questo periodo. Mi godo la mia beata a pressoché totale solitudine, almeno spero. Ho bisogno di silenzio, di pace, di sentire i rumori della natura, tutt’al più del treno, e per questo cercherò di usare pochissimo il telefono. Ma al computer non rinuncerò, farò di lui la mia finestra sul mondo, non si dice così? Credo ti scriverò spesso quindi e se avrai la bontà di leggermi e di rispondermi ogni tanto mi farà piacere.
E di te che mi dici? Come procede? E Milano? Sempre così tediosa?
Ora ti saluto che Silvietta mi ha lasciato la cena in forno e comincio ad avere appetito. Un caro saluto.
Giovanni
aaaaaaaaaaaaa
13 ottobre
Buongiorno Silvia,
ti ricordo quei documenti. Sono importanti. E ricordalo anche a Federico. L’avvocato Galvani li aspetta entro stasera.
Stanotte ho dormito alla grande, come un sasso. Erano mesi che non dormivo così. Il vento a un certo punto è cessato e si sentiva soltanto lo sciabordio del mare in lontananza. Bello.
Oggi c’è un bel sole ma il mare è molto agitato. Farò una passeggiata in riva al mare. Sì sì mi copro, tranquilla.
Buon lavoro cara.
Babbo
aaaaaaaaaaaaa
Egregio avvocato,
mia figlia Silvia e mio figlio Federico le spediranno senz’altro la documentazione relativa alla cessione delle quote societarie entro oggi. La prego di accelerare al massimo la pratica in modo di averla definita per fine settimana.
Distinti saluti
Giovanni Antoniacci
aaaaaaaaaaaaa
Ciao Matteo,
leggo con piacere del tuo nuovo incarico. Ma non ti fermi mai? Ah già, oramai tu sei lombardo, frenetico e totalmente dedito al lavoro. Io invece no. Ho lavorato come un mulo per anni, ho creato dal nulla uno delle fabbriche più importanti delle Marche e ho macinato chilometri e chilometri per promuoverla. Ora mi fermo. E’ tempo di riposare. Credo che un uomo a settant'anni può permettersi di uscire dal gioco e guardare la partita dagli spalti. In realtà io non faccio neanche quello. Da qui non sento nemmeno il fischio dell’arbitro. In compenso sento il mare, e sapessi quanto questo rumore mi rilassi, E’ musica.
Stamattina ho fatto una lunga passeggiata sulla spiaggia. Ho giurato di non toccare più la macchina se non per gli acquisti di prima necessità. Ad occhio e croce devo aver camminato per un paio di chilometri. La sabbia è umida e compatta e si cammina bene. Il mare oggi è molto mosso e nell’aria si sente fortissimo l’odore di iodio e salsedine. Spero mi vaccini per il raffreddore.
Non c’è veramente nessuno in giro qui, ho camminato per due ore tutto solo, e ho pensato. Ma questo, caro Matteo, è un pensare diverso, al quale non ero più abituato da tempo. E’ pensare per pensare e non per calcolare. A cosa ho pensato, ti chiederai tu. Mah, che dire, a tutto e a niente. Soprattutto ho pensato a come affronterò questo mio eremo balneare, quanto durerà questa sensazione di pace per lasciare il posto alla noia e al senso di solitudine.
Da quando Anna se n’è andata non sono riuscito a restare solo neanche un minuto. I miei figli, i miei parenti, gli amici, i collaboratori. Tutti presi a sostenermi e a farmi superare il trauma. Il viaggio in America l’ho fatto da solo ma lì dovevo fare attenzione alle strade, al viaggio, alla moto. Qui non ho preoccupazioni se non me stesso. Per ora mi piace.
Ora mi faccio due spaghetti aglio e oglio. Vuoi favorire? A presto caro amico.
Tuo
Giovanni
aaaaaaaaaaaaa
14 ottobre
Buonasera Matteo,
sta diventando un appuntamento quotidiano questa mia e-mail diretta a te, anche se l’orario è ancora oscillante. Spero di non annoiarti con i miei resoconti da bagnante fuori stagione.
Oggi ho praticamente passato la giornata in spiaggia a camminare. Penso di non aver mai camminato tanto in vita mia ma sento che mi fa bene. Voglio vedere se ce la faccio ad arrivare al molo di Civitanova, ma non subito. Debbo sentirmi pronto.
Camminare è bello. Sento che sto scaricando tossine, sia fisiche che mentali. Credevo che il mio viaggio in moto mi avesse “purificato” ma evidentemente aveva soltanto assopito il mio dolore che, ora mi accorgo, è ancora ben presente e pulsante. Ho bisogno di sublimare e credo che questa mia solitudine volontaria sia molto meglio del pur gradito conforto dei cari.
Non puoi capire, amico mio, quanto male abbia fatto la perdita di Anna. Cinquant’anni passati insieme, cinquant’anni in cui abbiamo condiviso tutto, le vittorie e le sconfitte, i piaceri e i dolori, le soddisfazioni e le delusioni, non si cancellano con un viaggio coast to coast negli Stati Uniti, anche se quello era il tuo sogno di gioventù. Anna era la mia compagna, la mia migliore amica, il mio più aspro critico, la mia spina dorsale. Quando si è ammalata ho reagito bene, mi sono fatto forza, ho lottato con lei fino alla fine. Ma quando è morta la sconfitta si è unita alla perdita, generando un dolore indicibile, indescrivibile, insopportabile. Ho creduto di morire. Ho desiderato di morire. Ma poi ho visto la vita intorno a me, i miei figli, i nipoti. Li vorrei vedere da adulti i miei nipoti. Vorrei assistere al loro futuro. E allora, per quanto male faccia vivere con questo vuoto accanto, devo guardare avanti, per quanto posso. Così ecco, forse, la ragione del mio eremo marittimo: fare l’inventario di quello che rimane dopo un’esistenza passata a lavorare, a far soldi. Ora mi fermo e voglio capire cosa ho guadagnato e cosa ho perso. E lo devo fare da solo.
Oggi Silvia mi ha scritto incavolata nera perché ha trovato il telefono staccato. L’ho spento perché volevo stare davvero solo e temevo una sua chiamata con le solite benedette raccomandazioni. Mia figlia mi fa da madre amico mio, che segno sarà?
Ora ti lascio che le voglio scrivere due righe. Poi magari la chiamo, quando si sarà calmata. Non ho voglia di ramanzine telefoniche.
Stai bene Matteo, a domani
Giovanni
aaaaaaaaaaaaa
Silvietta cara,
ho semplicemente lasciato il telefono a casa e ho passato la giornata in spiaggia. Abbi pazienza col tuo anziano padre. Dopo ti chiamo, ma prima calmati, ok? A dopo tesoro.
Babbo
aaaaaaaaaaaaa
18 ottobre
Ciao Matteo,
non ti scrivo da un po’ perché ho distrutto l’alimentatore del computer e sono rimasto privo della mia “finestra sul mondo” per qualche giorno. Ma rieccomi. Devo dire che mi è mancata la mia valvola di sfogo e il non poter comunicare con qualcuno le sensazioni e le emozioni che in questo giorni di esilio volontario sto provando. Ma il negozio di computer più vicino – l’ho dovuto comunque raggiungere in macchina, la qual cosa non ho affatto gradito – ha provveduto a restituirti a me.
Per fortuna il tempo è stato clemente in questi giorni e così ho potuto camminare e spendere il mio tempo con le mie passeggiate che diventano ogni giorno più lunghe. Credo che molto presto arriverò al molo di Civitanova come mi sono proposto. Per intanto cammino e mi godo l’aria frizzante di questo autunno tiepido e assolato. Sto piano piano diventando parte integrante della spiaggia vicina alla mia villetta tanto che i gabbiani non scappano nemmeno più quando mi avvicino.
Ho fatto “amicizia” con un pescatore, Pietro, nel senso che ogni giorno lo trovo a sbrogliare reti e mi fermo a scambiare due parole con lui. Afferma, dall’alto della sua esperienza di lupo di mare, che il bel tempo finirà tra oggi e domani. Qualcosa mi dice che gli va creduto, per cui mi godrò ogni singolo raggio di sole che riuscirò a catturare prima che il tempo cambi.
Ieri mi è capitata una cosa strana. Ero rincasato da un po’ e il sole stava tramontando. Tu sai che qui da noi il sole tramonta spalle al mare, per cui a quell’ora si proietta sulla spiaggia l’ombra grigia dei colli e della cittadina. Ero in cucina a tentare di produrre una specie di ciambellone (ebbene sì, sto cercando di imparare a cucinare, di necessità virtù) quando ho sentito abbaiare molto vicino, forse nel mio giardino.
Mi sono affacciato alla finestra ma non ho visto nulla né ho più sentito alcunché. Rientrato, dopo qualche istante riecco un sommesso guaire. Sono uscito e ho visto un cane bianco, bello grosso, forse un pastore maremmano o abruzzese, che usciva dal cancelletto andando di corsa incontro ad una donna che se ne stava sul bagnasciuga. Da lontano sembrava a piedi nudi. Ora, capisci bene che in questa stagione non è proprio il caso di bagnarsi, ma lei stava proprio con i piedi in acqua. Dapprima mi dava le spalle ma quando evidentemente ha sentito arrivare il cane si è voltata per accoglierlo. Chiaro che il cane fosse suo.
Aveva i capelli neri corvini, ricci ricci, appena mossi dalla brezza che di solito qui si leva al tramonto. Indossava un vestito leggero, a fiori credo, di una tonalità azzurra, forse azzurro su bianco. Non sono riuscito a scorgerne i lineamenti ma sembrava assolutamente familiare. Lei mi ha visto e mi ha fatto un rapido cenno di saluto con la mano, per poi incamminarsi sulla spiaggia verso nord col cane che le zampettava intorno. Non so perché la cosa mi abbia turbato, ma lo ha fatto. Non ricordo di conoscere nessuno che possa corrispondere a quanto sono riuscito a scorgere di quella donna, eppure mi è rimasta quella sensazione di familiarità. Paranoie da vecchio solo, lascia stare.
Domani, se il tempo regge, vado in centro a comprare un po’ di vongole e mi faccio una bella spaghettata. So che ti piace. Vieni?
A presto amico mio, e grazie per essere lì a leggermi
Tuo
Giovanni
aaaaaaaaaaaaa
20 ottobre
Buongiorno Matteo,
devo aver preso freddo e ieri avevo un bel febbrone. Sono rimasto a letto tutto il tempo. Ho letto un po’, ho navigato su internet, ho provato a scriverti ma…non avevo nulla da dirti per cui ho desistito anche perché, febbricitante com’ero, non so cosa ti avrei potuto scrivere.
Verso sera la febbre si è abbassata e mi sono subito sentito meglio. Così mi sono alzato per prepararmi qualcosa da mangiare e ho sentito di nuovo il cane abbagliare davanti al cancello. Mi sono affacciato e ho visto che abbagliava contro il cancello, come se volesse entrare. Allora glie l’ho aperto. Era solo, non c’era traccia della donna dell’altro giorno. Il cane è entrato e si è perlustrato tutta la casa, salendo anche sopra, nella zona notte. Io l’ho seguito a distanza, incuriosito e anche un po’ preoccupato: è un cane piuttosto grosso e credo che potrebbe far male se lo volesse. Non so perché l’ho fatto entrare, ho seguito un impulso. Dopo essersi girato tutta la casa il cane s’è accoccolato sotto il tavolo della cucina. Ho provato a toccarlo, a fargli una carezza ma si è alzato e allontanato. Ho capito che non era il caso. Quando si è reso conto che non avrei riprovato a toccarlo si è rimesso sotto il tavolo. Così ho iniziato a cucinare in sua presenza.
Ho provato a dargli una fetta di prosciutto che avevo in frigo ma non l’ha nemmeno sfiorata. Così mi sono fritto due uova e lui se n’è rimasto quasi immobile sotto il tavolo per tutto il tempo. Così pure mentre ho cenato. Quando mi sono alzato per sparecchiare si è alzato anche lui e si è diretto al portone. Chiaramente volve uscire così gli ho aperto. Fuori c’era la luna piena ed era chiaro. Così ho visto la sua padrona in lontananza che lo attendeva, una figura nera ferma vicino al bagnasciuga. Il cane le è corso incontro. Lei mi ha salutato con un fugace cenno della mano e si sono allontanati, camminando compostamente.
E’ strano, non trovi? Molto strano. La cosa mi ha inquietato parecchio, tanto che mi è tornata la febbre e sono tornato a letto filato senza nemmeno sparecchiare. Ho dormito un sonno agitato fino a stamattina e, francamente, non vedevo l’ora di scriverti e raccontarti.
Non prendermi per matto, ma c’è qualcosa di veramente incomprensibile in tutto questo. Non che mi faccia paura ma…non so…non mi lascia nemmeno tranquillo.
Tra un po’ esco, voglio fare due passi. Chissà se incontrerò la donna del cane? A domani Matteo.
Giovanni
aaaaaaaaaaaaa
21 ottobre
Matteo carissimo,
ieri sera si è ripetuta la scena del cane che mi visita per cena. Come l’altro giorno si è fatto aprire e si è accomodato sotto il tavolo facendomi compagnia durante il mio pasto. Poi se ne è andato dalla padrona che lo aspettava in spiaggia. Sempre lontana, la signora. Non riesco a vederla. Ma sembra molto bella. Oggi ho pensato tutto il giorno a questa situazione e…al cane che, stranamente mi trasmette una sensazione di tranquillità e protezione, e a lei, perché non capisco e perché provo una irrazionale attrazione verso questa donna che non conosco e nemmeno so esattamente che aspetto abbia, fatta eccezione per un profilo in penombra e da lontano. Forse è la solitudine, che dici?
Comunque…ho passato la giornata in spiaggia nonostante le temperature si stiamo irrigidendo giorno dopo giorno. Ho passeggiato, raccolto conchiglie, fatto due chiacchiere con Pietro il pescatore. Ho cucinato, fatto un ciambelline (uno schifo di ciambelline in verità) e aspettato che arrivasse il tramonto. Ora sta calando il sole mentre ti scrivo e onestamente aspetto che arrivi il cane… e la padrona. A domani Matteo.
Giovanni
aaaaaaaaaaaaa
22 ottobre
Sono venuti tutti e due ieri sera. Il cane ha guaito come al solito (ormai) fuori dal cancelletto ma quando sono andato ad aprirgli (con troppa veemenza in verità, dato che lo stavo aspettando) ho trovato anche la donna con lui. E finalmente l’ho vista in viso. E’…bellissima è dire poco. Severa, dura, dolce, i capelli neri lucenti, due occhi che ti danno fuoco, le labbra immobili senza sorriso e senza tristezza. La pelle chiara ma non diafana, il collo sottile, i seni prominenti ma non troppo grandi. La statura importante ma non imponente e un corpo che, se esistesse la perfezione, ne sarebbe il campione. Non ha parlato, mi ha guardato e basta. Mi sono fatto da parte e l’ho fatta entrare, seguita dal cane bianco.
Si è diretta in cucina e, come se sapesse esattamente il posto di ogni cosa, ha preso un bicchiere e il vino rosso e se ne è versata mezzo bicchiere. Lo ha alzato come alla mia salute senza parlare e ha bevuto, tutto d’un fiato ma con un’eleganza mai vista prima. Poi, sempre in silenzio, mi ha preso la mano e mi ha portato con se per le scale, fino alla mia camera da letto. Era buio ma vedevo benissimo, in un bagliore lunare fluorescente. E ho visto il suo corpo stagliarsi di fronte al mare fuori dalla finestra mentre lasciava cadere la sua veste. Ho visto la perfezione di ogni suo singolo millimetro del corpo e l’ho desiderata come mai ho desiderato in vita mia.
Fare l’amore con quella donna è stato come nascere e morire, cadere e volare. E’ stato come inebriarsi di vino senza perdere lucidità, come provare l’adrenalina della velocità senza la paura. E’ stato come morire, se un uomo vivo sapesse com’è morire. Non so quanto tempo il nostro amplesso sia durato. So che è stato un fondersi di corpi e menti, l’appagamento completo di due desideri incomprimibili, la vera completa soddisfazione, il piacere assoluto dei sensi e dell’anima. E con questo non riesco nemmeno lontanamente a descriverti cosa ho provato.
Ora tu, amico mio, starai ridendo di me, o pensando che io sia preda di chissà quale infatuazione senile. Perché, caro Matteo, tu non puoi capire, nessuno può capire e nemmeno io so ben comprendere quello che ho provato e quello che ora provo. So soltanto che, se l’appagamento nell’amplesso è stato immenso, il desiderio non è mai cessato e ora come ieri sto agognando il rivederla. La sto aspettando e attendo l’imbrunire come a scuola attendavamo la campanella, o come il maratoneta attende il traguardo, o come l’innamorato attende l’incontro con l’amata. Ma di più.
Sai che non è mio costume raccontare di queste cose. Sai che mai l’ho fatto e mai lo farei, non fosse per l’estrema anomalia di questo mio sentire, nuovo e travolgente, ma provato prima, e qui mi vergogno nell’affermarlo, nemmeno per la mia Anna che tu sai quanto io abbia amato. Ma questa sconosciuta mi ha rapito i sensi e lo spirito e ora io la desidero più di ogni cosa, come se ella possa darmi finalmente quella pace che l’uomo non può trovare in vita, quella pace che anelo e che mi fa paura. Non so se puoi capire. Ma spero che possa comprendermi.
Ancora a domani, amico mio. Ti dirò.
Tuo
Giovanni
aaaaaaaaaaaaa
24 ottobre
Carissimo Matteo,
so che col babbo vi scrivevate assiduamente in questi ultimi tempi, me ne ha parlato. Ho provato a chiamarti ma evidentemente ho il numero sbagliato e non so come altro contattarti. Purtroppo devo comunicarti una brutta notizia: il babbo ci ha lasciati. Lo abbiamo trovato ieri, riverso sulla spiaggia. Dal sorriso vero e credibile che aveva sul viso mi sento di affermare che non deve aver sofferto. Ma è stato ugualmente molto triste trovarlo così, abbandonato e solo in una spiaggia deserta. Però, forse, era esattamente quello che voleva, fin dal momento in cui ha deciso di venire a morire qui, nella casa al mare.
Immagino non ti avesse detto nulla, come non aveva detto nulla a nessuno, nemmeno a me. Ma una figlia certe cose le capisce e le approfondisce. Il babbo era affetto da un male incurabile e non aveva alcuna speranza di sopravvivere. Alla proposta di curarsi del nostro medico curante ha risposto che preferiva vivere metà del tempo rimastogli ma vivendolo bene, con lucidità e dignità. Immagino sia per questo che abbia deciso di passare i suoi giorni in solitudine: non voleva gravare sui suoi cari e non voleva lo vedessimo spegnersi piano piano come deve essere avvenuto. E’ dimagrito, credo mangiasse poco niente. Ma certamente era sereno. E credo sia morto senza soffrire. Ha sempre affermato di preferire una morte veloce da giovane che un’agonia da vecchio. Evidentemente è stato in qualche modo accontentato.
Era disteso sulla sabbia, supino. Come si dice in questi casi sembrava dormisse ed è vero. Era vestito e composto. E’ stato trovato al mattino presto di ieri da un pescatore della zona che ha subito chiamato aiuto. Accanto a lui c’era un grosso cane bianco che prima ha lasciato che il pescatore si accertasse della morte del babbo e poi non ha più permesso che si avvicinasse nessuno, né il pescatore né i carabinieri arrivati poco dopo. I militari credevano che il cane fosse nostro e non l’hanno infastidito finche non sono giunta io. Il cane, quando mi ha vista, si è fatto da parte e mi ha lasciato raggiungere mio padre. E’ sparito nel nulla.
Lo seppelliremo domani. So che ti sarà difficile esserci e non te lo chiedo. Ma ti domando una preghiera per lui, a te che eri probabilmente il suo migliore amico dai tempi delle elementari e l’unico con cui parlasse nei suoi ultimi giorni.
Ti abbraccio
Silvia Antoniacci
18:45
Scritto da: laperonza
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